
Spiragli di pace in Iran, le Borse volano: giù il prezzo di petrolio e gas
Da New York a Islamabad, il respiro delle piazze finanziarie mondiali sembra farsi improvvisamente più leggero, alimentato da una corrente di ottimismo che scommette su una stabilità duratura in Medio Oriente. Nonostante rimangano ancora decine di interrogativi senza risposta, Wall Street ha scelto di guardare alle promesse di pace piuttosto che alle incertezze del campo, trascinando al rialzo gli indici globali. Se da una parte Teheran assicura che lo stretto di Hormuz è «completamente aperto», dall’altra il presidente americano Donald Trump continua a sostenere che il blocco rimanga attivo, pur ribadendo la convinzione che il conflitto finirà entro questo weekend. Il fulcro delle speranze è ora rivolto ai negoziati previsti per lunedì nella capitale pakistana, un appuntamento che ha dato una spinta poderosa ai mercati americani. Il Dow Jones ha infatti guadagnato mille punti, mentre l’indice S&P 500 ha chiuso sui livelli record per il terzo giorno consecutivo, superando la soglia psicologica dei 7.100 punti e preparandosi a siglare il miglior mese dal 2020.
Mentre le azioni salgono, il comparto energetico vive una dinamica speculare e opposta. I future sul petrolio hanno subito un tracollo di quasi il 10%, con il Brent sceso a 90 dollari e il gas sul Ttf stabile a 39 dollari. Questa distensione dei prezzi non giova solo ai trader ma promette un respiro di sollievo anche per i consumatori finali, sebbene gli analisti avvertano che per vedere un calo reale dei prezzi della benzina e degli alimentari occorreranno mesi, a causa dei tempi tecnici di raffinazione e trasporto. Anche il settore dei voli, pesantemente colpito dai rincari del carburante aereo che pesano per milioni di dollari sulle singole compagnie, ha mostrato segni di ripresa con rialzi dei titoli fino al 6%. Tuttavia, non tutti condividono l’euforia delle borse. Molti esperti del settore petrolifero rimangono cauti, ricordando come parte del rally azionario sia stato alimentato dalla stagione delle trimestrali positiva e dalla necessità dei trader di non perdere posizioni. L’economista Ed Yardeni ha espresso chiaramente questo scetticismo notando che «I trader sui future del petrolio non sembrano così ottimisti come gli investitori azionari su quando finirà il caos della guerra».
Spostando lo sguardo verso l’Europa, il clima si fa decisamente più cupo a causa dei moniti arrivati dagli Spring Meetings di Washington. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno infatti gelato gli entusiasmi continentali, avvertendo che l’Unione Europea si trova a un bivio pericoloso. Alfred Kammer, direttore del Dipartimento europeo del Fondo, è stato perentorio nel descrivere i rischi all’orizzonte spiegando che «L’Ue potrebbe avvicinarsi alla recessione, con un’inflazione che sfiora il 5%. Nessun Paese europeo ne è immune». Il messaggio per i governi europei è stato chiaro: la politica fiscale deve operare entro limiti rigorosi e chi ha un debito elevato non può permettersi di ampliare ulteriormente i deficit. Il FMI ha persino criticato le misure di riduzione delle accise sui carburanti definendole poco sagge, un appunto che tocca da vicino molti governi impegnati a calmierare i prezzi alla pompa.
Anche per l’Italia il quadro delineato a Washington resta complesso. Sebbene l’agenzia Dbrs Morningstar abbia confermato il rating del nostro Paese ad A (low) con trend stabile, Helge Berger del Fondo Monetario ha evidenziato come la crescita economica nazionale continui a essere insoddisfacente a fronte di un debito pubblico ancora troppo alto. Il consiglio rivolto al Belpaese è quello di proseguire con un risanamento ambizioso, sfruttando le riforme per generare gettito fiscale e facilitare il rispetto dei requisiti di spesa. A chiudere il cerchio delle preoccupazioni globali è intervenuta Christine Lagarde, presidente della Bce, la quale ha ribadito che la guerra in Medio Oriente rappresenta un rischio concreto al rialzo per l’inflazione, mentre il conflitto in Ucraina rimane la principale fonte di incertezza per la crescita globale. In questo scenario, l’ottimismo di Wall Street appare come una scommessa audace su un futuro che attende ancora di essere scritto sui tavoli diplomatici.