
I Cesaroni tornano alla Garbatella tra nostalgia e l’omaggio a Fassari
Più che il celebre e scanzonato metodo Cesaroni, sembra quasi di trovarsi davanti all’applicazione pratica del metodo Gattopardo. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi, scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel lontano 1958, e questa massima siciliana sembra adattarsi perfettamente ai vicoli della Garbatella. In questo storico quartiere romano, che dal 2006 fa da cornice alle vicende della famiglia più allargata del piccolo schermo, il tempo sembra essersi fermato, nonostante siano passati dodici anni dall’ultima stagione. Lunedì sera, alle 21.20 su Canale 5, la sesta serie passerà finalmente il testimone alla settima, riportando nelle case degli italiani un pezzo di storia televisiva che molti davano ormai per conclusa. La sigla rimane la stessa, così come l’atmosfera, ma il cast si presenta parzialmente rinnovato per far fronte alle defezioni di nomi storici che hanno lasciato un vuoto nel cuore dei telespettatori più affezionati.
Le assenze di Elena Sofia Ricci, Alessandra Mastronardi e Max Tortora hanno inizialmente scatenato polemiche sui social, ma la produzione ha risposto calando due assi della romanità come Ricky Memphis e Lucia Ocone. Claudio Amendola, che per questa nuova avventura ha deciso di sdoppiarsi ricoprendo anche il ruolo di regista oltre a quello del capofamiglia Giulio, spiega la filosofia dietro questo ritorno: «I Cesaroni sono cresciuti, sono invecchiati, ma non sono cambiati: si sono adeguati ai tempi». Secondo l’attore e regista, il grande sforzo produttivo è stato mirato a non tradire la fiducia di chi ha amato la serie in passato, cercando di mantenere intatta quella pasta narrativa che ha reso il brand un successo transgenerazionale. In questo lungo silenzio durato oltre un decennio, il mondo della fruizione televisiva è mutato profondamente, ma paradossalmente lo streaming ha lavorato a favore del progetto.
Proprio le piattaforme digitali hanno permesso a una nuova generazione di adolescenti di scoprire le stagioni passate, creando una base di fan giovanissimi che attendono il debutto con la stessa trepidazione dei veterani. Amendola riconosce questo merito: «Netflix ci ha dato una nuova vitalità, tanti ragazzini ci hanno scoperti lì, diventando nostri fan». Tuttavia, il ritorno in un’epoca dominata dal politicamente corretto non ha snaturato l’anima della serie. Il metodo Cesaroni, per definizione, prevede il raggiungimento di obiettivi non sempre del tutto leciti ma perseguiti senza mai fare del male a nessuno. Amendola rivendica con orgoglio alcune licenze poetiche di scorrettezza, citando ad esempio una battuta sui bidelli presente nel primo episodio o la carica di cinismo naturale che il personaggio di Ricky Memphis porta in dote alla narrazione.
Il tema delle porte aperte resta centrale per la produzione, che non chiude la possibilità di futuri ritorni per i grandi assenti del passato. Tuttavia, c’è un vuoto che nessuna sceneggiatura potrà mai colmare, ovvero quello lasciato dalla scomparsa di Antonello Fassari. L’interprete dell’iconico Cesare Cesaroni è venuto a mancare poco prima dell’inizio delle riprese, lasciando un segno profondo in tutto il gruppo di lavoro. Il primo episodio conterrà un omaggio doveroso e commovente che Amendola invita a seguire fino alla fine. Il regista ricorda con emozione che l’attore aveva partecipato all’ultima lettura prima del ciak e che la sua assenza è stata vissuta come una vera e propria mutilazione professionale e umana. Nonostante il dolore, la macchina produttiva guarda già al futuro, con l’ottava stagione già ipotizzata nel caso in cui i dati d’ascolto dovessero premiare questo coraggioso rientro.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: superare la soglia del 20% di share. Per riuscirci, Amendola ha seguito da vicino ogni fase, dal confronto con i vertici Mediaset sulla struttura narrativa alla scelta di affrontare temi d’attualità come la neuro-divergenza attraverso il personaggio di Olmo. I Cesaroni hanno sempre avuto nel proprio Dna la capacità di affrontare tabù e non detti con una leggerezza mai superficiale, immergendo il tutto in una romanità che resiste alla gentrificazione dei quartieri moderni. La Garbatella viene descritta ancora come un villaggio, un’isola felice dove si spera che il pubblico possa ritrovare due ore di serenità familiare, lontano dalle asprezze della cronaca quotidiana. La sfida è aperta e il giudizio finale, come sempre, spetterà alla platea sovrana dell’Auditel.