Traffico illegale di visti tra Italia e Bangladesh, due condanne

18/02/2026

Il sipario inizia a calare su uno dei capitoli più opachi della gestione dei flussi migratori tra l’Italia e il sud-est asiatico, portando alla luce un vasto sistema di corruzione. La prima sentenza emessa dal Tribunale di Roma ha confermato la solidità dell’impianto accusatorio riguardante il traffico illegale di visti tra il nostro Paese e il Bangladesh, concludendosi con il patteggiamento di due figure centrali dell’organizzazione. Nazrul Islam e Shamim Kazi, entrambi di nazionalità bengalese e attualmente ai domiciliari, hanno concordato pene rispettivamente di 4 anni e 8 mesi e 4 anni e 2 mesi di reclusione. A queste si aggiunge una sanzione pecuniaria pesantissima, con una multa di 315mila euro ciascuno, per i reati di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina e corruzione. Le indagini hanno accertato almeno 88 casi in cui il meccanismo ha funzionato, basandosi su un vero e proprio tariffario del malaffare che non faceva sconti a nessuno.

Il business era strutturato in modo da lucrare sulla disperazione di chi cercava un futuro in Europa: per un visto di lavoro subordinato la richiesta era di 15mila euro, mentre per un più semplice visto turistico la cifra scendeva a 7mila euro. Ma il profitto non finiva con il rilascio del documento, poiché l’organizzazione pretendeva anche il 25% dei futuri guadagni dei connazionali una volta giunti in Italia. Tutto questo castello di carte è crollato grazie al coraggio e alla fermezza di Andrea Di Giuseppe, deputato e membro della commissione Affari esteri della Camera, che ha denunciato i fatti nel marzo del 2023. Il parlamentare era stato avvicinato da Nazrul Islam, titolare di un ristorante di pesce a Roma, che non solo gli aveva illustrato il sistema di corruzione ma aveva tentato di corromperlo offrendogli una cifra iperbolica di 2 milioni di euro per ottenere corsie preferenziali nelle ambasciate.

Il deputato non aveva esitato a trasformarsi in un collaboratore attivo degli inquirenti, registrando di nascosto le conversazioni nel ristorante e permettendo alla Guardia di Finanza di smontare pezzo dopo pezzo l’ingranaggio criminale. «Questa sentenza non è solo una vittoria giudiziaria, ma un segnale: lo Stato non è in vendita – ha commentato Di Giuseppe. – Quando mi hanno offerto 2 milioni per tradire il mio mandato, ho capito che l’unico modo per fermarli era incastrarli. Il business dei visti facili è una minaccia alla sicurezza nazionale che droga il mercato del lavoro e finanzia la tratta degli esseri umani». Le parole del parlamentare, costituitosi parte civile, sottolineano la gravità di una condotta che il gip Rosalba Liso ha definito senza mezzi termini «una condotta odiosa, grave, di approfittamento di persone in situazione di minorata difesa e scarse possibilità economiche ».

Dall’inchiesta è emerso un ruolo inquietante giocato da alcuni diplomatici infedeli e da una rete di imprenditori italiani compiacenti. Le confessioni rese dagli imputati hanno chiarito come i visti venissero scambiati con somme di denaro o regalie tecnologiche, come smartphone di ultima generazione e console per videogiochi. Islam ha ammesso di aver pagato imprenditori italiani per creare rapporti di lavoro fittizi, necessari a giustificare l’ingresso dei migranti che però non venivano mai realmente assunti. Il meccanismo, nato in Bangladesh, stava già allungando i suoi tentacoli verso Dubai e la Turchia, confermando la natura transnazionale di un’organizzazione che sfruttava le falle del sistema burocratico per arricchirsi sulla pelle degli ultimi.

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