
L’asse tra Roma e Washington: decimo incontro tra Meloni e Trump a Davos
Il rapporto tra la presidenza del Consiglio italiana e la Casa Bianca sembra aver trovato una sintonia che travalica i protocolli ufficiali, cristallizzandosi in immagini che hanno già fatto il giro del mondo. Resta impresso lo scatto del giugno scorso tra le vette di Kananaskis, dove un bilaterale improvvisato su una panchina di legno ha mostrato una visuale inedita: il presidente americano concentrato nell’ascolto e la premier italiana impegnata ad argomentare le proprie posizioni con la gestualità tipica della sua terra. Quello che inizialmente poteva apparire come un fortuito fuoriprogramma si è trasformato in un dialogo costante, con nove incontri già archiviati in un solo anno e una serie incalcolabile di telefonate che confermano la solidità del legame.
L’attenzione diplomatica è ora rivolta al villaggio alpino di Davos, dove il World Economic Forum potrebbe fare da cornice al decimo atto di questo confronto privilegiato. L’amministrazione statunitense si appresta a sbarcare in Svizzera con una delegazione di altissimo profilo, che include figure chiave come Scott Bessent al Tesoro, Howard Lutnick al Commercio e l’inviato speciale Steve Witkoff. La partecipazione di Giorgia Meloni, di ritorno da una complessa missione asiatica tra Oman, Corea e Giappone, appare strettamente legata all’agenda internazionale che gli americani stanno definendo per i giorni del summit. Le indiscrezioni suggeriscono infatti che presso la Usa House, allestita sulla Promenade, potrebbe concretizzarsi la firma di un colossale accordo da 800 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione dell’Ucraina nell’arco di un decennio.
Il contesto internazionale appare quanto mai denso di dossier critici che richiedono una presenza attiva al tavolo delle grandi potenze. Oltre al conflitto ucraino, con la probabile partecipazione di Volodymyr Zelensky per la sigla dei patti di rinascita nazionale, la scena globale è scossa dal blitz armato in Venezuela, dalle tensioni interne in Iran e dalle mosse statunitensi riguardanti la Groenlandia. In questo scenario, l’Italia cerca di capitalizzare il proprio ruolo di alleato strategico. La premier ha più volte ribadito l’esistenza di un rapporto speciale con il leader repubblicano, un sentimento apparentemente ricambiato, considerando che lo stesso tycoon non ha mai risparmiato elogi verso quella che ama definire come “wonderful Giorgia”.
Gli interessi economici in gioco per il sistema Italia sono imponenti. Durante la conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina tenutasi a Roma, il governo ha messo in campo impegni superiori ai dieci miliardi di euro, coinvolgendo migliaia di imprese e realtà civili. Parallelamente, il settore energetico vede l’Eni pronta a investire in un Venezuela liberato dal regime di Maduro, con l’amministratore delegato Claudio Descalzi già presente ai tavoli di confronto organizzati alla Casa Bianca con i giganti del comparto petrolifero. Non meno rilevante è la partita sull’Artico, dove la Farnesina sta preparando un piano d’azione che intreccia ricerca scientifica, difesa e approvvigionamento energetico, guardando con estremo interesse alle dinamiche relative alla Groenlandia.
La storia recente di questa intesa è costellata di momenti significativi, a partire dal debutto di Trump come nuovo presidente a Parigi, sotto le volte di Notre-Dame, occasione in cui i due leader ebbero un primo scambio diretto favorito, pare, dalla mediazione di Elon Musk. Da quel momento, le tappe si sono susseguite con rapidità: dall’incontro riservato a Mar-a-Lago per discutere della liberazione della giornalista Cecilia Sala, fino alla visita ufficiale a Washington in cui alla premier fu concessa la Blair House, onore riservato agli ospiti considerati fondamentali per gli interessi americani. Anche nei momenti di frizione con altri partner europei, il sostegno di Washington non è venuto a mancare, come dimostrato dalla gestione delle comunicazioni riservate sull’Ucraina.