Debito, l’Italia promossa dai mercati mentre i Paesi “frugali” frenano

23/12/2025

Il prossimo anno non sarà semplice per i debiti pubblici. Sui mercati dei capitali si profila una vera e propria corsa al collocamento, con governi e imprese chiamati a rifinanziare volumi record di titoli. Gli Stati Uniti continuano ad aumentare il deficit e a inondare le piazze globali di Treasury Bond. In Cina, nonostante la crisi immobiliare, l’indebitamento delle imprese resta sostenuto, spinto dall’intervento dello Stato. In Europa, per la prima volta dopo decenni di rigore, anche la Germania tornerà a collocare ingenti quantità di Bund per finanziare la spesa per la Difesa. Secondo i dati più recenti dell’Institute of International Finance e dell’Ocse, il debito globale ha raggiunto i 346 trilioni di dollari ed è destinato a crescere ancora.

In uno scenario così affollato, la regola aurea per gli Stati è presentarsi ai mercati con credibilità, stabilità politica e conti in ordine. L’Italia, che nel 2026 dovrà collocare tra i 350 e i 365 miliardi di euro di titoli, arriva all’appuntamento senza particolari timori. I numeri certificano una situazione in miglioramento: il deficit scenderà sotto la soglia del 3% con un anno di anticipo rispetto agli obiettivi europei, la spesa pubblica cresce in linea con gli impegni presi con Bruxelles e il saldo primario è tornato positivo, con una traiettoria che dovrebbe portarlo al 2% del Pil entro il 2028. La conseguenza più visibile è il crollo dello spread, sceso ormai intorno ai 60 punti base, contro i 240 di appena due anni fa.

Il dato più interessante, però, è il confronto internazionale. L’Italia, per anni additata come anello debole dell’Eurozona, oggi mostra indicatori di solidità che la avvicinano sempre più a quei Paesi definiti in passato “frugali”. Al contrario, proprio alcune di quelle economie stanno iniziando a manifestare squilibri che ricordano da vicino le difficoltà dei Paesi dell’Europa mediterranea di un decennio fa.

Il caso più evidente è quello della Francia, alle prese con un deficit vicino al 6% e un debito pubblico che ha raggiunto il 117% del Pil. Ogni revisione del rating viene ormai vissuta con la stessa tensione che caratterizzava l’Italia nei primi anni della crisi del debito sovrano. Ma il segnale più significativo arriva dai tradizionali “falchi” del Nord Europa, Paesi che per anni hanno imposto la linea del rigore e rifiutato qualsiasi forma di condivisione del rischio.

L’Austria, ad esempio, ha visto un deterioramento rapido dei conti pubblici: il deficit è passato dal 2,7% al 4,7% in un solo anno, mentre il saldo primario è peggiorato sensibilmente. Alla base ci sono una crescita economica debole, l’indicizzazione automatica di pensioni e salari all’inflazione e i conti in rosso dei governi regionali. Una dinamica simile riguarda la Finlandia, che oltre ai meccanismi automatici di spesa ha dovuto aumentare in modo consistente le risorse destinate alla Difesa, anche alla luce del confine di oltre 1.300 chilometri con la Russia. Le proiezioni indicano per Helsinki un saldo primario negativo almeno fino al 2027 e un debito in rapida crescita, tanto da attirare l’attenzione del Fondo monetario internazionale sulla sostenibilità di lungo periodo.

I Paesi Bassi partono da livelli di debito più contenuti, ma il quadro non è privo di ombre. Il deficit continua ad aumentare e, senza correttivi, supererà il 3% entro il 2029. Anche l’Olanda, inoltre, non ha superato il test europeo sul controllo della spesa pubblica, un elemento che mina l’immagine di rigore costruita negli anni.

A rendere il confronto ancora più netto è il dato storico italiano. Al netto degli anni straordinari segnati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, dal 1990 a oggi l’Italia ha registrato un disavanzo primario solo in due occasioni: nel 2009 e nel 2023. Per oltre trent’anni il Paese ha mantenuto una disciplina di bilancio costante, accompagnata da riforme profonde, dalla riforma Fornero fino al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un percorso che pochi altri Stati europei possono rivendicare.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea. Se oggi sono proprio i Paesi un tempo indicati come modello a mostrare segnali di affaticamento, resta da capire se saranno in grado di fare quei “compiti a casa” che per anni hanno chiesto agli altri e che l’Italia, tra sacrifici e riforme, ha svolto con continuità. Alla luce dei numeri attuali, viene quasi da rovesciare la prospettiva e chiedersi: «frugali a chi?».

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