Strage di Fidene: chiesto il carcere a vita per Claudio Campiti in appello

27/03/2026

5Il ricordo di quella tragica mattina di domenica 11 dicembre 2022 pesa ancora come un macigno sul quartiere romano di Fidene. Fu un giorno in cui una comune assemblea condominiale si trasformò in un campo di battaglia sotto il gazebo di un bar in via Monte Giberto. Claudio Campiti, allora sessantunenne, fece irruzione sulla scena con una preparazione di stampo militare, armato di una pistola rubata, centinaia di proiettili e diverse lame. Il suo obiettivo era la dirigenza e i partecipanti del Consorzio Valleverde, con i quali manteneva un aspro e annoso contenzioso. Ieri, l’aula della Corte d’Appello di Roma ha ascoltato le conclusioni della Procura Generale, segnando un altro capitolo decisivo in una saga giudiziaria che ha segnato profondamente le famiglie delle quattro donne che persero la vita: Nicoletta Golisano, Elisabetta Silenzi, Sabina Sperandio e Fabiana De Angelis.

Il sostituto procuratore generale, Roberto Felici, è stato fermo nella sua richiesta ai giudici: la sentenza di primo grado, che ha riconosciuto la piena colpevolezza di Campiti per 4 omicidi premeditati e 5 tentati omicidi, deve essere confermata integralmente. Secondo l’accusa, il verdetto originale è tecnicamente e logicamente inappuntabile. Durante l’udienza è stato sottolineato come l’uomo non abbia agito per un improvviso colpo di testa, ma abbia seguito un piano meticolosamente elaborato. Felici ha evidenziato come «l’odio che Campiti nutriva verso il Consorzio aveva una sua logica, dovuto ai mancati pagamenti, e il giorno del delitto ha pianificato l’azione in tutto e per tutto». Questa ricostruzione smonta di fatto il tentativo della difesa di far dichiarare Campiti incapace di intendere e di volere. I giudici avevano già stabilito che il suo risentimento, pur estremo e violento, affondava le radici in una logica chiara, seppur distorta, e che le sue azioni, dal furto dell’arma all’abbigliamento tattico, erano quelle di un uomo pienamente consapevole dei propri obiettivi.

L’inchiesta, coordinata dai magistrati Giovanni Musarò e Alessandro Lia, ha sottolineato anche le presunte falle di sicurezza del poligono di tiro di Tor di Quinto. La struttura è stata descritta durante il processo come un sistema con lacune significative, essenzialmente un luogo da cui un iscritto poteva allontanarsi con un’arma letale senza essere notato. L’accusa ha sostenuto che Campiti abbia approfittato di regolamenti interni che sarebbero stati applicati in modo errato per lungo tempo. Per questo motivo, la richiesta di conferma riguarda anche Bruno Ardovini, allora presidente della sezione di tiro a segno, condannato a tre mesi per l’omessa custodia dell’arma.

Al di là della responsabilità penale, i parenti delle vittime e i sopravvissuti si trovano in una situazione paradossale: nonostante le pesanti condanne, la strada per un equo risarcimento economico appare sbarrata. La Corte d’Assise ha infatti deciso di non riconoscere i Ministeri della Difesa e degli Interni come responsabili civili, una scelta che ha lasciato molti con la sensazione di essere stati abbandonati dallo Stato. Poiché Campiti risulta ufficialmente indigente, il peso finanziario dei risarcimenti cade in un vuoto. Sebbene Ardovini e l’Associazione del Tiro a Segno siano tenuti a liquidare parte dei danni, le loro disponibilità sono considerate insufficienti a coprire le necessità delle 40 parti civili coinvolte. L’attesa si sposta ora all’11 maggio 2026, data in cui è prevista la sentenza definitiva che dovrebbe portare una parola fine, almeno sul piano legale, a una delle pagine più buie della cronaca recente della capitale.

M.M.

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