
Sanità, manca il personale: medici in corsia fino a 72 anni
Manca il personale ed ecco quindi la conferma della possibilità, per i medici ospedalieri, di proseguire la propria attività professionale in corsia fino al compimento dei 72 anni. Sebbene la misura non fosse inizialmente presente nel testo originario del decreto Milleproroghe approvato in sede di Consiglio dei ministri, l’esecutivo ha già tracciato la strada per il suo reinserimento attraverso un emendamento parlamentare ad hoc. Si tratta di una decisione che riafferma quanto stabilito nel precedente provvedimento Omnibus e che risponde a una pressione crescente proveniente dai dirigenti delle strutture ospedaliere, dalla Conferenza Stato-Regioni e da diverse sigle sindacali. L’obiettivo primario è quello di garantire il pieno funzionamento dei nosocomi pubblici, realtà che da oltre un decennio devono fare i conti con una sistematica fuga dei camici bianchi e con croniche difficoltà nel reclutamento di nuove risorse.
Nello specifico, la normativa estende per un ulteriore anno la facoltà per i professionisti del Servizio sanitario nazionale di posticipare il pensionamento, superando il limite ordinario fissato a 70 anni. La platea interessata da questo provvedimento è piuttosto ampia e comprende i dirigenti medici e sanitari, i docenti universitari impegnati in ambito clinico, i pediatri di libera scelta e il personale dedicato ai servizi di continuità assistenziale ed emergenza territoriale. Per i medici di medicina generale, invece, opera un meccanismo leggermente differente che consente la permanenza in servizio fino a settantatré anni, sebbene tale opzione sia vincolata alla reale assenza di colleghi pronti a subentrare nelle zone carenti. In ogni caso, il legislatore ha voluto fissare paletti precisi per regolare il lavoro degli over 70, stabilendo «che i dirigenti e docenti rientranti nelle deroghe transitorie» non abbiano la possibilità di conservare o assumere cariche apicali.
Il provvedimento nasce dunque come una risposta d’emergenza a una carenza di organico che i sindacati stimano in circa ventimila specialisti mancanti a livello nazionale. Tra i reparti più colpiti spiccano i pronto soccorso, dove la domanda di assistenza è esplosa nel periodo post-pandemico rendendo i ritmi di lavoro estenuanti. In questo scenario, il mantenimento in servizio dei medici più esperti viene visto come una soluzione ponte per favorire il passaggio di competenze verso i colleghi più giovani, in attesa che le riforme strutturali e i nuovi investimenti previsti dal governo producano i propri effetti.
Le spinte regionali sono state determinanti, con territori come il Friuli-Venezia Giulia e la Calabria in prima linea per ottenere questa flessibilità. In particolare, il consiglio regionale calabrese ha dovuto adottare misure drastiche per evitare il collasso di interi reparti in ospedali periferici come quelli di Locri e Polistena. Tuttavia, non mancano le voci critiche o quantomeno caute. Il leader dell’Anaao Assomed, Pierino Di Silviero, pur non opponendosi in modo pregiudiziale alla norma, ha avvertito che essa «non risolve il problema» in via definitiva. La preoccupazione principale dei rappresentanti di categoria riguarda il rischio di saturazione delle piante organiche, che potrebbe rallentare l’avanzamento professionale delle nuove generazioni. Secondo Di Silviero, il timore concreto «è che trattenendo in servizio i colleghi più anziani si blocchino di fatto le carriere di tutti gli altri che hanno il sacrosanto diritto di veder riconosciute competenze e professionalità, ambizione che in questo modo viene invece negata».