Roma: maxi-sequestro al “Fagocero”, il boss della droga latitante

11/03/2026

Il suo soprannome, mutuato dal mondo animale per descrivere una gestione aggressiva e famelica del territorio, raccontava già molto del suo modo di operare nelle periferie più calde della capitale. Emanuele Selva, noto alle cronache criminali come “Fagocero”, oggi 45enne e ancora ufficialmente latitante, ha visto svanire in un solo pomeriggio il frutto di anni di attività illecite condotte per conto dei vertici della malavita romana. Nonostante la sua assenza fisica, lo Stato ha bussato alla porta della sua famiglia portando via tutto ciò che era stato accumulato all’ombra delle piazze di spaccio di Tor Bella Monaca e San Basilio: una casa, terreni, veicoli e perfino un’insolita quanto preziosa collezione di quarantadue borse di lusso, il cui valore stimato supera i 100mila euro.

Il provvedimento è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, su disposizione del Tribunale Ordinario e sotto la spinta della Direzione distrettuale antimafia. L’operazione affonda le sue radici nell’inchiesta Cacher di marzo 2024, una delle offensive giudiziarie più significative degli ultimi tempi, capace di colpire le nuove leve del crimine organizzato romano che puntavano a centralizzare il controllo del narcotraffico cittadino. In quel contesto, Selva era emerso come una figura di primissimo piano, un luogotenente fidato incaricato di gestire gli affari di Giuseppe Molisso e Leandro Bennato mentre questi si trovavano in stato di detenzione. Per la Dda, il Fagocero era il motore operativo di un «agguerrito clan finalizzato al narcotraffico», capace di muoversi con competenza e ferocia in un panorama criminale sempre più frammentato.

Le indagini patrimoniali hanno rivelato una discrepanza quasi surreale tra la vita condotta dal nucleo familiare e le entrate dichiarate al fisco. Tra il 2002 e il 2024, la famiglia Selva ha denunciato un reddito complessivo di poco superiore ai 72mila euro. Una cifra che, spalmata su 22 anni, risulterebbe appena sufficiente per la sopravvivenza quotidiana di una famiglia con tre figli minorenni, e che certamente non permette l’acquisto di una villa nel comune di Monte Compatri, né tantomeno il mantenimento di un parco auto di lusso o di un guardaroba di borse firmate degno di una star del cinema. Proprio questa evidente sproporzione ha permesso agli inquirenti di ipotizzare che ogni bene, pur se intestato alla consorte, fosse in realtà il frutto del reimpiego dei capitali maturati attraverso quello che i giudici descrivono come «il ruolo di organizzatore condividendo con Molisso e Bennato i canali di importazione degli stupefacenti; occupandosi della detenzione, dei tagli, del trasporto e della commercializzazione della droga, intervenendo con azioni violente a difesa delle piazze di spaccio».

A delineare con precisione l’ascesa di Selva è stato anche il collaboratore di giustizia Fabrizio Capogna, che in un interrogatorio del gennaio 2024 ha descritto il rapporto viscerale tra il Fagocero e i suoi capi. Secondo il pentito, Selva era l’uomo che doveva metterci la faccia ogni volta che sorgeva un problema operativo, un leader territoriale. La loro amicizia era talmente stretta da condividere perfino i momenti di difficoltà personale, come i 15 giorni di isolamento forzato durante la pandemia, trascorsi tutti insieme nella stessa abitazione. Capogna ha ricordato come Selva avesse preso un potere enorme negli ultimi anni grazie alla fiducia incondizionata di Molisso e Bennato, diventando di fatto il reggente di un impero che oggi, tra sigilli e decreti di sequestro, sembra destinato a crollare definitivamente.

M.M:

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