
Rai conferma la vendita del Teatro delle Vittorie, nonostante le proteste
Il destino del Teatro delle Vittorie sembra ormai segnato da una strategia aziendale che punta con decisione verso la dismissione. Nonostante le accorate richieste di stop giunte da figure che hanno fatto la storia del servizio pubblico, la governance di Viale Mazzini procede spedita verso l’alienazione di quello che è considerato a tutti gli effetti un tempio della televisione italiana. La linea adottata dai vertici della Rai non ha subito rallentamenti nemmeno di fronte alla mobilitazione di star del calibro di Renzo Arbore e Fiorello, i quali vedono in questa operazione la perdita di un patrimonio identitario inestimabile. Oggi la Rai sembra applicare una sorta di avanti tutta verso la vendita, ignorando le voci di chi chiede di preservare la memoria storica di un luogo che ha visto nascere la Repubblica televisiva.
Le ragioni alla base di tale scelta risiedono in una rigorosa cultura dell’economia sana e del bilancio finanziario, principi indubbiamente necessari per la gestione della cosa pubblica. Tuttavia, il rischio è che un approccio eccessivamente dogmatico alla quadratura dei conti finisca per trascurare il valore della storia come motore per il futuro. Ci si interroga su quanto la cessione del teatro possa realmente favorire lo sviluppo creativo dell’azienda o se si tratti semplicemente di un’iniziativa volta a tamponare i deficit del passato. Molti osservatori si chiedono se abbia senso vendere per crescere o se si stia svendendo solo per tappare i buchi di un bilancio in sofferenza. Il ricavato stimato di circa sette milioni di euro appare infatti una cifra modesta se confrontata con il sacrificio di un pezzo così significativo del patrimonio nazionale.
La difesa del Teatro delle Vittorie solleva una questione fondamentale sul trattamento dei simboli, che non dovrebbero essere maneggiati con la freddezza di una mera partita contabile. Paragonare il teatro a una struttura obsoleta da eliminare apre interrogativi paradossali sulla valorizzazione dei luoghi della creatività rispetto al primato assoluto dei conti. Proprio Fiorello, con il linguaggio diretto tipico degli artisti, non ha esitato a utilizzare termini forti per descrivere l’operazione: «parlare di crimine a proposito della vendita potrebbe essere troppo, ma di sicuro una mossa come questa fa sorgere il dubbio che non sempre tra la valorizzazione di un luogo e il primato dei conti debba prevalere la seconda». Il timore è che la gestione emergenziale impedisca di immaginare nuovi progetti in grado di ridare vita a spazi che vengono troppo frettolosamente considerati privi di utilità futura.
A sostegno di una visione alternativa viene spesso citato l’esempio della sede produttiva di Napoli. Anni fa, quel centro rischiava il ridimensionamento, ma la scelta di scommettere su un progetto innovativo portò alla creazione di un successo longevo che ha generato un indotto economico e professionale straordinario. Quel caso dimostra che saper individuare dove non tagliare può fare la differenza tra il declino e la rinascita di un polo creativo. Invece di dare il teatro per spacciato, si potrebbe tentare di ripensarne le funzioni in un mercato audiovisivo sempre più competitivo. La missione di trasformare la Rai in una digital media company internazionale richiede infatti professionalità e luoghi simbolici forti, capaci di gareggiare con i grandi broadcaster mondiali senza rinnegare il proprio know-how e le radici che hanno reso grande l’industria culturale italiana.