Lazio mediocre, mercoledì in Coppa Italia per dare un senso alla stagione

02/03/2026

Un’altra tappa della Via Crucis vissuta quest’anno dai tifosi laziali è andata in scena allo stadio Olimpico Grande Torino. Un’altra sconfitta, la nona in campionato, che mantiene i biancocelesti in un limbo di metà classifica, a quasi egual distanza da zona retrocessione e zona europea: sufficientemente tranquilla per non temere pericoli, ma troppo lontana per coltivare una qualsiasi ambizione.

Sul prato del capoluogo piemontese è scesa in campo una squadra fisicamente spenta e mentalmente già proiettata altrove, precisamente alla semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta, che ha prodotto una delle peggiori prestazioni della stagione, culminata in un 2 a 0 per i granata che riflette fedelmente il divario di determinazione visto in campo. I numeri della crisi laziale sono ormai impietosi: un solo punto raccolto nelle ultime tre partite e un digiuno di reti che prosegue inesorabile, portando il bottino delle vittorie a sole 3 nelle ultime 15 giornate di campionato.

La caduta libera in classifica ha portato i biancocelesti al 10° posto, facendo aleggiare lo spettro del record negativo dell’era Lotito, ovvero quel 13° posto risalente alla stagione 2004-05. A preoccupare maggiormente è l’anemia offensiva in trasferta, con appena 8 gol segnati lontano dall’Olimpico, un dato che rappresenta il peggiore dell’intera Serie A. In questo primo scorcio di 2026, gli attaccanti hanno timbrato il cartellino solo quattro volte e i centravanti sono rimasti completamente all’asciutto. La prova di Ratkov, capace di toccare appena sei palloni in tutta la gara, è l’emblema di un attacco che non riesce a incidere, nonostante un leggero miglioramento mostrato da Noslin nella ripresa. La passività laziale emerge prepotentemente anche nei numeri delle rimonte: quando la squadra va in svantaggio non riesce mai a reagire, accumulando nove sconfitte e appena due pareggi nelle undici occasioni in cui si è trovata a rincorrere.

L’analisi di Maurizio Sarri durante e dopo il match è stata di una sincerità disarmante, quasi brutale. Già durante la contesa, il tecnico aveva sussurrato ai suoi collaboratori una frase che riassumeva il divario energetico tra le due formazioni: «Sono troppo più vivi di noi». Una volta negli spogliatoi, l’allenatore ha rincarato la dose senza cercare scuse di sorta. «Eravamo scarichi, dovevamo evitare di pensare alla Coppa: atteggiamento molle, serve un esame di coscienza. Abbiamo perso tutte le palle vaganti, segnale preoccupante: loro avevano un’altra determinazione, la nostra applicazione difensiva è stata scadente», ha dichiarato Sarri, visibilmente amareggiato per la mancanza di solidità della sua difesa, solitamente ultimo baluardo di speranza.

Il primo gol subito è nato infatti da un’incomprensione evitabile tra Pellegrini e Provedel, mentre il raddoppio ha visto Zapata svettare con troppa facilità su Provstgaard. Il tecnico toscano ha individuato la radice del problema nella gestione psicologica del doppio impegno, sottolineando come la squadra sia arrivata all’appuntamento svuotata. «Dal punto di vista mentale ci è mancato qualcosa. Niente drammi, ora dobbiamo trovare grandi motivazioni per la semifinale. Spero proprio che la testa mercoledì sia un’altra. I tifosi ci mancheranno, ma non ci sono alibi», ha aggiunto riferendosi al fatto che l’Olimpico sarà nuovamente vuoto per le note contestazioni. Nonostante il disastro collettivo, Sarri ha provato a salvare il salvataggio citando le prestazioni di Cataldi, Zaccagni e Romagnoli, che restano i pilastri su cui poggiare le speranze di qualificazione mercoledì prossimo.

Un velo di pessimismo sembra però avvolgere l’intero ambiente, alimentato anche dalle parole di un Sarri apparso più preoccupato del solito per il clima che si respira intorno alla società. «Squadra triste e senza energie. C’è una situazione in cui tutti vedono un futuro nebuloso, anche chi scende in campo, questo toglie entusiasmo nel lavoro quotidiano e in qualche partita. Se volete alibi ve ne tiro fuori cento. Non dobbiamo darcene», ha confessato il mister, evidenziando come l’incertezza sul futuro del club stia influenzando negativamente le prestazioni dei calciatori. Il rammarico per l’approccio alla partita è stato totale, come ammesso in chiusura: «Avevo detto che se avessimo giocato pensando alla prossima saremmo stati morti. Infatti, siamo morti. Partita spenta, le energie mentali erano a favore degli avversari e ne abbiamo pagato le conseguenze».

Mentre i social e le radio romane ribollono di critiche feroci verso la presidenza di Lotito e l’atteggiamento della squadra, la Lazio deve ora fare i conti con l’infermeria. Se Gila sembra recuperabile, restano grossi dubbi su Basic e soprattutto su Maldini, che soffre di una fastidiosa tendinopatia al ginocchio. Con l’Atalanta alle porte, la squadra deve ritrovare quel vigore perduto che sembrava un lontano ricordo anche durante il pestaggio sportivo subito a Torino. La realtà è che la Lazio non può più permettersi di essere passiva, perché il rischio è di spegnere definitivamente anche l’ultimo barlume di entusiasmo rimasto per la Coppa Italia.

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