
La strategia di Meloni per il referendum: un dossier di 400 casi di malagiustizia
Sulle scrivanie più importanti di Palazzo Chigi e di via Arenula si è accumulata in queste settimane una pila di documenti che i collaboratori della presidenza hanno già ribattezzato come la carica dei 400. Non si tratta di una semplice pratica burocratica, ma di un lavoro certosino di selezione che mira a raccogliere una mole di storie di ordinaria e straordinaria malagiustizia italiana. Il dossier, voluto con forza da Giorgia Meloni e coordinato dal tandem composto da Carlo Nordio e Alfredo Mantovano, rappresenta il carburante politico per l’ultimo miglio della campagna elettorale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. L’obiettivo è quello di mostrare al Paese, con nomi, cognomi e dettagli tecnici, gli errori processuali e le sentenze contraddittorie che sono costate la libertà o, nei casi più tragici, la vita a centinaia di persone, trasformandole in vittime di un sistema che la riforma promette di rivoluzionare dalle fondamenta.
In questo faldone che sfiora simbolicamente il soffitto si intrecciano analisi giuridiche e un acuto tatticismo comunicativo. Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda la composizione della lista: molti dei casi selezionati con cura amanuense vedono come protagonisti cittadini stranieri e migranti irregolari. Se solitamente il duello tra l’esecutivo e le toghe si consuma sui provvedimenti di trattenimento annullati, in questo dossier i migranti cambiano ruolo e diventano il simbolo dell’incuria giudiziaria. Sono le persone dimenticate oltre il tempo massimo nei centri di permanenza o in carcere per una svista del magistrato di sorveglianza. Tra i casi più eclatanti che potrebbero emergere spicca quello di Maisoon Majidi, l’attivista curdo-iraniana che, dopo essere stata arrestata nel 2023 con l’accusa di favoreggiamento, è stata assolta solo all’inizio del 2025 al termine di un processo costellato di traduzioni errate e gravi lacune investigative. Inserire queste figure in un file excel di 400 caselle appare come una mossa politica raffinata per scardinare le narrazioni avversarie e parlare a un elettorato più vasto in vista del voto del 22 marzo.
La controffensiva del governo punta a inondare i social network e i palchi elettorali con queste storie, cercando di spostare l’ago della bilancia in un momento in cui i sondaggi descrivono una nazione spaccata a metà. La radicalizzazione del dibattito sembra ormai inevitabile, nonostante i richiami istituzionali alla moderazione. Alfredo Mantovano, intervenendo recentemente a un convegno sulla sicurezza, ha osservato: «È fisiologico che ci sia una certa radicalizzazione della propaganda», aggiungendo però una nota di sconcerto per il fatto che i toni più estremi giungano spesso da esponenti della magistratura associata piuttosto che dalle opposizioni politiche. D’altro canto, il ministro Matteo Piantedosi ha cercato di gettare acqua sul fuoco, definendo l’inasprimento dei toni come un fenomeno normale all’interno di una dinamica democratica.
Tuttavia, il fronte interno della maggioranza non è privo di attriti, come dimostrato dalle critiche di Simonetta Matone della Lega verso il ministro Nordio, colpevole a suo dire di uscite improvvide che confondono il linguaggio da salotto con quello istituzionale. Le opposizioni, guidate da Elly Schlein, hanno alzato barricate parlando di un tentativo di sottomettere il potere giudiziario a quello politico. In questo clima ad alta tensione, i dati di Youtrend suggeriscono che l’affluenza sarà il fattore decisivo: un’ampia partecipazione alle urne, vicina al 60%, potrebbe favorire il sì, mentre un disinteresse degli elettori rischierebbe di ribaltare il risultato. Mentre la premier prepara il comizio conclusivo, la “carica dei 400” è pronta a essere suonata come l’argomento definitivo per convincere gli indecisi che il sistema attuale non è più sostenibile.