
Dieta mediterranea: come guadagnare anni di vita attraverso il cibo
In un’epoca in cui siamo costantemente alla ricerca della pozione magica per l’eterna giovinezza o di qualche bio-hack miracoloso, la scienza torna a ricordarci che la vera rivoluzione passa spesso per quello che mettiamo nel piatto. Non si tratta solo di estetica o di bilancia, ma di tempo puro, di minuti e anni che possiamo letteralmente aggiungere al nostro orologio biologico. Un recente e massiccio studio condotto dall’Università di Scienza e Tecnologia di Huazhong in Cina, e pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances, ha gettato una luce nuova e quantificabile su quanto le nostre scelte alimentari possano spostare l’asticella della vita. Analizzando i dati di oltre 100mila individui provenienti dalla Biobanca del Regno Unito per un periodo di circa 10 anni, i ricercatori hanno dimostrato che chi resta fedele a un regime alimentare sano può guadagnare anni preziosi, indipendentemente dalla propria eredità genetica.
La ricerca non si è limitata a osservare superficialmente le abitudini dei partecipanti, ma ha scavato a fondo, monitorando i soggetti con visite regolari e assegnando a ciascuno un punteggio basato sull’aderenza a 5 diversi regimi alimentari considerati salutari. Tra questi figurano la celebre dieta mediterranea, ricca di pesce e grassi buoni, la dieta Dash per il controllo dell’ipertensione, regimi a base vegetale, protocolli per la riduzione del rischio di diabete e il complesso Alternative Healthy Eating Index, noto come Ahei. Quest’ultimo, in particolare, si è rivelato una vera miniera d’oro per la longevità, grazie al suo focus su cereali integrali, noci, legumi e una drastica riduzione di carni rosse, bibite zuccherate e sodio. Parallelamente, il team ha valutato 19 varianti genetiche associate alla longevità nel Dna dei partecipanti, arrivando a una conclusione che dovrebbe rassicurare chiunque non si senta baciato dalla fortuna biologica: una buona forchetta, se sapiente, batte un buon Dna.
I risultati numerici emersi dall’analisi sono impressionanti e forniscono una motivazione concreta per rivedere la propria dispensa. Un uomo di 45 anni che sceglie di seguire la dieta per la riduzione del rischio di diabete può aspettarsi di vivere 3 anni in più, mentre per una donna il guadagno si attesta su un anno e 7 mesi. Chi abbraccia la dieta mediterranea vede un incremento dell’aspettativa di vita di circa 2 anni e 2 mesi per gli uomini e 2 anni e 3 mesi per le donne. Il primato spetta però al modello Ahei, capace di regalare fino a 4 anni e 3 mesi di vita extra ai maschi e 3 anni e 2 mesi alle femmine. Gli autori dello studio sono stati molto chiari nel sottolineare che tali benefici si manifestano a prescindere dalla predisposizione genetica, confermando che lo stile di vita è un timone potente nelle nostre mani.
In Italia, dove la dieta mediterranea è quasi una religione, il dibattito si è arricchito di nuove linee guida promosse da importanti fondazioni e società scientifiche, con il supporto metodologico dell’Istituto superiore di sanità. Questo sforzo collettivo mira a trasformare il nostro patrimonio culturale in un vero e proprio strumento terapeutico, capace di intervenire non solo nella prevenzione, ma anche nella cura e nella riabilitazione di numerose patologie cronico-degenerative. Marco Silano, direttore del Dipartimento malattie cardiovascolari dell’Iss, ha evidenziato a Tgcom24 l’importanza di questo approccio integrato: «Le linee guida sulla dieta mediterranea mirano a promuovere uno stile di vita sano, basato sull’equilibrio nutrizionale e sulla sostenibilità ambientale. Le raccomandazioni alimentari sono state elaborate alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, con particolare attenzione agli effetti benefici della dieta mediterranea nella prevenzione e trattamento delle malattie cronico-degenerative e alla sua importanza per la salute del pianeta».
La forza di questo modello alimentare non risiede solo nella sua efficacia clinica, ma anche nel suo immenso valore simbolico e culturale, già riconosciuto dall’Unesco. Non si mangia solo per nutrire le cellule, ma per partecipare a un rito di salute pubblica che protegge l’individuo e l’ambiente. Nicola Veronese, della Saint Camillus International University of Health Sciences, ha ribadito la centralità di questa missione: «La dieta mediterranea che non è solo un patrimonio culturale, ma rappresenta un modello alimentare riconosciuto dall’Unesco come bene immateriale dell’umanità. Con queste nuove linee guida si intende rafforzare il suo ruolo nella prevenzione, a diversi livelli, e nella promozione della salute pubblica». In definitiva, la scienza ci dice che il segreto per restare al mondo un po’ più a lungo non è nascosto in un laboratorio segreto, ma tra i banchi del mercato, scegliendo con cura cereali integrali, legumi e tanta verdura di stagione.