Bufera per gli appalti informatici a Roma: perquisizioni alla Difesa

27/03/2026

L’ombra lunga del caso Sogei torna ad allungarsi sui palazzi del potere romano, scoperchiando un secondo atto investigativo che promette di essere ancora più fragoroso del primo. Se nell’ottobre del 2024 il terremoto aveva colpito la società in house del Ministero dell’Economia, oggi le onde d’urto raggiungono il cuore della Difesa e i vertici di colossi pubblici come Terna, Rfi e Tim. Al centro di questo intricato labirinto burocratico e tecnologico si muoverebbe un sistema illecito fatto di fatture false, mazzette e capitolati d’appalto consegnati sottobanco prima ancora della loro pubblicazione ufficiale. Gli indagati sono 26, tra cui figurano manager di multinazionali, imprenditori spregiudicati e persino militari di alto grado, tutti finiti nel mirino della Guardia di Finanza che ieri ha dato il via a una serie di perquisizioni a tappeto tra uffici ministeriali e sedi aziendali.

Al centro dell’inchiesta ci sarebbe Francesco Dattola, amministratore di fatto della Nsr srl, descritto dagli inquirenti come un uomo incline a generare enormi masse di denaro contante per oliare i meccanismi della corruzione. Il meccanismo ipotizzato è tanto classico quanto efficace: creare fondi neri attraverso operazioni inesistenti. Per ottenere l’esclusiva nella distribuzione di software strategici prodotti dalla multinazionale Red Hat, Dattola avrebbe corrotto figure chiave della filiale italiana, garantendosi così un vantaggio competitivo sleale nelle gare bandite dalla pubblica amministrazione. Ma è nel modo in cui il denaro tornava nella disponibilità dell’imprenditore che l’inchiesta rivela i suoi risvolti più creativi e lussuosi.

Secondo la ricostruzione della procura, i bonifici partiti per pagare le false fatture non rientravano semplicemente sotto forma di banconote. In collaborazione con altri imprenditori, il denaro veniva utilizzato per acquistare Rolex e orologi di prestigio in note gioiellerie. Questi beni di lusso venivano poi immediatamente ceduti a un secondo gioielliere che provvedeva a rivenderli sul mercato parallelo a prezzi maggiorati, permettendo così di monetizzare l’operazione e ripulire il denaro, che tornava a Dattola pronto per essere consegnato come tangente. È un sistema circolare che trasforma l’alta orologeria in una lavatrice per capitali illeciti, eludendo i controlli finanziari e garantendo l’anonimato dei passaggi.

Il settore più colpito da questo presunto mercimonio di funzioni è quello legato allo Stato Maggiore della Difesa. Sotto la lente d’ingrandimento è finita una gara del 2024 per l’acquisto di sensori destinati al rilevamento delle scariche elettriche atmosferiche. Qui la corruzione si sarebbe intrecciata con il traffico di influenze illecite e con le carriere militari. Un generale, Pierfrancesco Coppola, avrebbe ottenuto una prestigiosa promozione grazie all’intermediazione di figure vicine agli imprenditori, le quali avrebbero millantato l’appoggio di esponenti istituzionali di rilievo. Proprio su questo punto è esplosa la polemica politica, con il coinvolgimento mediatico dell’ex sottosegretario Giorgio Mulè, il quale ha reagito con estrema durezza alle indiscrezioni pur non essendo formalmente indagato.

Mulè ha definito l’accostamento del suo nome all’indagine come «uno schizzo di fango, destinato a sporcare chi lo ha lanciato», collegando il tempismo della notizia alle recenti dinamiche referendarie che hanno segnato il 2026. L’esponente politico ha rivendicato la correttezza del proprio operato affermando che «il ruolo che ho svolto da sottosegretario e quello attuale in commissione Difesa alla Camera mi ha portato e mi porta a fare un numero imprecisato di segnalazioni per trasferimenti o promozioni. Lo pretende il mio ruolo, mai forzando regole e procedure e solo nell’interesse del Paese». Ha inoltre puntato il dito contro la procura, rea a suo dire di non aver saputo tutelare la reputazione di un cittadino estraneo ai fatti. Intanto le aziende coinvolte, a partire da Rfi che ha sul piatto commesse da centinaia di milioni, professano la massima fiducia negli inquirenti, mentre Roma attende di capire quanto profonda sia la tana del bianconiglio informatico.

M.M.

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