
Attentato a Ranucci: i retroscena dell’inchiesta sull’ordigno esploso
L’attentato dinamitardo compiuto lo scorso 16 ottobre sotto l’abitazione del giornalista Rai Sigfrido Ranucci, a Torvaianica, rappresenta un capitolo torbido della cronaca giudiziaria romana. I responsabili, consci della portata del loro atto, si erano lasciati andare a frasi eloquenti prima di agire, come quando uno dei componenti del gruppo criminale aveva esclamato «Facciamo la storia!» consapevole del peso di quanto stava per compiere. Eppure, le indagini condotte dalla Procura di Roma svelano una realtà ben diversa e decisamente meno gloriosa, caratterizzata da compensi irrisori a fronte di un reato di estrema gravità.
Il quadro investigativo, che ha portato lo scorso 30 giugno all’arresto di tre uomini e una donna originari di Avellino da parte dei carabinieri dei Nuclei investigativi di Roma e Frascati, delinea un sistema di esecuzione materiale piuttosto strutturato. I soggetti finiti in carcere sono accusati, a vario titolo, di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, oltre a minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di aver operato con modalità mafiose. Secondo l’accusa, il gruppo aveva ricevuto un pagamento complessivo stimato tra i cinquemila e i diecimila euro, somma che includeva contanti e il rimborso di viaggi. Dietro questo attentato, sempre secondo le ricostruzioni inquirenti, si celerebbe la figura di Valter Lavitola, indagato come mandante, che avrebbe coordinato l’operazione avvalendosi del collaboratore Gomes Clesio Tavares. Quest’ultimo, attualmente irreperibile in quanto trasferitosi in Camerun, avrebbe avuto il compito di tessere i contatti con la banda di avellinesi.
Dalle carte giudiziarie emerge una meticolosità nelle fasi di preparazione che contrasta con la scarsità del compenso pattuito. Gli arrestati, infatti, avevano effettuato sopralluoghi preliminari utilizzando un’auto abitualmente in uso a Tavares e alla sua compagna. Un mese prima dell’attentato, l’attenzione della Procura si è concentrata anche su Lavitola, il quale avrebbe partecipato in prima persona a una perlustrazione nei pressi della casa di Ranucci. Le intercettazioni raccolte dai carabinieri hanno permesso di ricostruire il flusso di denaro versato agli esecutori: cifre modeste, come i 300 euro ottenuti da Antonio Passariello o i 1000 euro destinati a Saverio Mutone, oltre a un viaggio spesato in Sicilia per altri due complici. Il gip, nelle ordinanze di custodia cautelare, ha posto l’accento sulla capacità del gruppo di muoversi senza lasciare tracce, evidenziando come la presenza in hotel in Sicilia di uno degli indagati non fosse stata minimamente documentata.
Particolarmente indicativo del clima di timore e prudenza instaurato dai mandanti è quanto emerso dagli interrogatori e dalle intercettazioni circa le istruzioni fornite in caso di cattura. Il mandante aveva preparato un piano di emergenza, suggerendo agli esecutori di sviare le indagini attribuendo la responsabilità a un fantomatico albanese incontrato a Ostia per affari legati al narcotraffico. In cambio di questo silenzio e della falsa confessione, era stata promessa una somma di tremila euro e la garanzia di sostegno economico per periodi di latitanza all’estero. «Già ne ho parlato con quello… Ti danno la carta da ricaricare, ti danno i soldi e ti vai a divertire dove dici tu… 10-15 giorni… e poi tornate… loro ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta» diceva uno degli indagati, discutendo della possibilità di nascondersi in località come l’Austria o la Spagna. Nonostante il gip non abbia ravvisato l’ipotesi di reato di strage contestata dalla Procura, il procedimento prosegue con l’obiettivo di chiarire definitivamente le responsabilità di Lavitola e il ruolo di Tavares, in una vicenda che mescola azione criminale e mistero.