
Scuola in Italia, aumentati gli investimenti, cala la dispersione
La spesa pubblica destinata all’istruzione in Italia, calcolata in rapporto al Prodotto Interno Lordo, ha finalmente raggiunto livelli perfettamente in linea con la media dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea. Si tratta di un risultato che segna una vera e propria inversione di tendenza rispetto al recente passato. La differenza attuale è diventata del tutto marginale, attestandosi ad appena lo 0,1%, con l’Italia al 3,3% contro il 3,4% per cento di Bruxelles. Questo dato assume una rilevanza ancora maggiore se confrontato con le performance di altre grandi nazioni europee, superando nettamente i numeri registrati in Germania e in Spagna, ferme rispettivamente al 3,2% e al 3,1%. La Francia si posiziona leggermente al di sopra, con il 3,6%, mentre resta lontana la Svezia, che mantiene il suo inarrivabile 5,8%. Questo allineamento è decisamente significativo soprattutto se si considera il punto di partenza del sistema scolastico italiano: appena tre anni fa il distacco dalla media europea superava l’intero punto percentuale. L’Istituto Nazionale di Statistica, nel suo ultimo rapporto, ha infatti certificato un incremento costante degli investimenti, evidenziando una crescita particolare per quanto riguarda la spesa statale destinata al singolo studente, specialmente negli istituti di istruzione superiore, che da soli assorbono circa la metà dell’intero budget nazionale.
Oltre al riequilibrio della spesa, i recenti aggiornamenti forniti da Eurostat e diffusi dal ministero dell’Istruzione e del Merito portano alla luce un ulteriore dato che non è affatto esagerato definire di portata storica per il nostro Paese. Per la primissima volta, infatti, il tasso di dispersione scolastica è sceso al di sotto della media registrata nell’Unione Europea. La quota di abbandono precoce degli studi in Italia è calata in modo vertiginoso, fermandosi all’8,2%, a fronte del 9,1% europeo. Questa drastica riduzione ha permesso all’Italia di centrare con ben cinque anni di anticipo l’ambizioso traguardo del 9% che Bruxelles aveva fissato per il 2030. Tradotto in termini pratici, questo significa aver riportato tra i banchi, o aver impedito che li abbandonassero, circa 500mila studenti nel corso di soli 4 anni, con un impatto formidabile specialmente nelle regioni del Meridione. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha commentato con grande soddisfazione questo risultato, definendolo «un vero e proprio cambio di passo per il sistema nazionale». Il titolare del dicastero ha voluto ricordare le enormi difficoltà del passato recente, sottolineando come nel 2022 l’Italia fosse drammaticamente ferma al 15,1%, occupando il penultimo posto in Europa e risultando seconda solamente alla Romania.
Non è certamente un caso che i progressi più straordinari ed evidenti si siano registrati proprio nelle regioni del Mezzogiorno. Realtà territoriali complesse come la Campania, la Puglia e la Calabria hanno saputo invertire la rotta, riuscendo a superare per rendimento persino grandi partner internazionali come la Germania, dove si è purtroppo assistito a un preoccupante percorso inverso, con il tasso di dispersione risalito fino al 13,1%. La Campania rappresenta senza dubbio il caso più emblematico di questa rinascita educativa: il tasso di abbandono, che nel 2022 toccava il 16,1%, è crollato al 9,7% nello scorso anno, e questa confortante tendenza alla diminuzione si è confermata saldamente anche nei primi mesi di questo 2026.
È evidente che un simile traguardo, caratterizzato da maggiori investimenti e da un drastico calo della dispersione scolastica, non sia arrivato per puro caso. Il risultato è il frutto diretto dell’impiego strategico delle risorse gestite dal ministero, a cominciare da quelle straordinarie derivanti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sapientemente integrate con i fondi ordinari dello Stato. Tuttavia, a fare realmente la differenza è stata l’attuazione di specifiche misure programmatiche volte ad affrontare di petto quelle che per troppo tempo sono state considerate emergenze croniche. In questa cornice si inseriscono perfettamente i piani noti come Agenda Sud e Agenda Nord, introdotti nel 2024. Grazie a questi interventi è stato possibile estendere in modo capillare il tempo pieno, attivare percorsi di affiancamento fortemente personalizzati sulle esigenze dei ragazzi, e rafforzare le attività di orientamento scolastico già a partire dalle scuole medie. Un contributo fondamentale è giunto anche dalle azioni di contrasto alla povertà educativa minorile. Nonostante alcune inevitabili polemiche politiche, provvedimenti incisivi come il Decreto Caivano hanno introdotto regole più severe per chi elude l’obbligo scolastico, convogliando al contempo maggiori e preziose risorse verso le aree urbane caratterizzate da un’alta vulnerabilità sociale. In sintesi, i numeri certificati da Eurostat restituiscono finalmente al sistema scolastico italiano una centralità indiscutibile sul fronte degli investimenti pubblici. Sotto questo aspetto, l’impatto dei fondi europei si è rivelato a dir poco determinante, come dimostrano i massicci interventi di modernizzazione e digitalizzazione completati in migliaia di plessi scolastici: un progresso immateriale e tecnologico destinato a produrre benefici tangibili e duraturi per intere generazioni di studenti.