
Delitti di Villa Pamphilj, Kaufmann torna in carcere, il processo riprende
Le porte della casa circondariale di Regina Coeli si sono spalancate nuovamente per accogliere Rexal Ford, noto anche come Charles Francis Kaufmann, ponendo fine a un periodo di accese discussioni medico-legali. Il 46enne di origine californiana, accusato del drammatico duplice omicidio di Villa Pamphilj in cui hanno perso la vita la sua compagna 28enne Anastasia Trofimova e la loro figlioletta di appena 11 mesi Andromeda, ha lasciato il reparto di psichiatria dell’ospedale Santo Spirito. Nel nosocomio romano l’imputato aveva trascorso l’ultimo mese in seguito a una precedente decisione della prima Corte d’assise di Roma, che aveva recepito la diagnosi iniziale dei propri esperti riguardo a un disturbo psicotico acuto e transitorio. Quella che per settimane è stata una vera e propria battaglia tra periti e consulenti di parte si è conclusa ieri con un’ordinanza che revoca sia il ricovero provvisorio sia la sospensione del procedimento giudiziario, fissando la ripresa delle udienze a piazzale Clodio per il prossimo 6 luglio.
I periti nominati dal tribunale, lo psichiatra Giovanni De Girolamo e la psicologa Sara Pezzuolo, hanno depositato una nuova valutazione in cui evidenziano che, nonostante il 46enne non abbia assunto le terapie previste durante la permanenza in ospedale, la sua condizione ha subito una netta evoluzione. Gli specialisti hanno infatti messo nero su bianco che «Ford presenta una significativa remissione del disturbo precedentemente diagnosticato» e che «la situazione clinica attuale è compatibile con la capacità di Ford di partecipare al processo». Questa conclusione si discosta dalle tesi dei consulenti della Procura e della parte civile, i quali hanno sempre sostenuto l’idoneità dell’uomo ad affrontare il giudizio. Il professor Stefano Ferracuti, incaricato dal pubblico ministero Antonio Verdi, aveva espresso in aula la convinzione che, malgrado la mente dell’imputato presenti dei gradi di alterazione, essa mantiene una capacità cognitiva minima che lo rende capace processualmente. Al tempo stesso, la psicologa Roberta Bruzzone e lo psichiatra Alberto Caputo, nominati dalla difesa di parte civile, avevano ipotizzato una precisa strategia da parte dell’imputato, parlando di una bizzarra messa in scena intrapresa perché l’uomo sa che la sua ultima carta è quella della presunta follia. Anche i medici della struttura sanitaria del Santo Spirito avevano rilevato nel paziente una chiara tendenza alla manipolazione e alla prevaricazione.
I periti della Corte d’assise hanno tuttavia respinto l’ipotesi di una simulazione consapevole. Nelle loro conclusioni l’imputato viene descritto come vigile, con uno stato di coscienza conservato e in grado di mantenere un adeguato contatto con l’esaminatore, mostrando una drastica riduzione dell’eccitamento e degli atteggiamenti ostili. La Corte ha ritenuto tali argomentazioni del tutto convincenti, stabilendo il rientro in cella dell’uomo, pur raccomandando un attento e costante monitoraggio clinico da parte dell’unità di salute mentale del carcere.
M.M.