Roma, Ebola: la dottoressa di Medici Senza Frontiere lascia lo Spallanzani

10/06/2026

Si è conclusa nel migliore dei modi, dopo giorni di profonda apprensione, la vicenda della chirurga italiana di Medici Senza Frontiere che era stata ricoverata in via precauzionale a Roma. La dottoressa, rientrata a fine maggio da una delicata missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo, ha finalmente terminato il suo periodo di isolamento e sorveglianza sanitaria presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani. I medici della struttura capitolina hanno confermato il completamento del periodo di osservazione stabilito dai protocolli: «la paziente ha superato i giorni dall’esposizione a rischio». Subito dopo il suo ingresso in ospedale, l’operatrice sanitaria era stata sottoposta agli accertamenti diagnostici specifici, i quali avevano dato esito negativo, confermando l’assenza del virus. Dal ministero della Salute sono arrivate rassicurazioni immediate per la cittadinanza, ribadendo fermamente: «non c’è allarme Ebola nel nostro Paese».

L’intera vicenda rappresenta il primo caso indirettamente collegato al temibile virus a interessare la città di Roma, una situazione che ha attivato tempestivamente i rigorosi sistemi di biocontenimento nazionali. L’allarme era scattato negli ultimi giorni di maggio, quando si era diffusa la notizia del potenziale contagio del medico italiano mentre si trovava a Bunia, un centro urbano di circa 400mila abitanti situato in una delle province della Repubblica Democratica del Congo, nazione considerata l’epicentro dell’attuale emergenza epidemiologica. Il potenziale pericolo era derivato da due specifici contatti ravvicinati avuti dalla donna durante la sua attività sul campo. La chirurga si era trovata a operare a stretto contatto con due pazienti successivamente risultati positivi al virus e, in un secondo momento, aveva eseguito un delicato intervento chirurgico salvavita su un bambino rimasto gravemente ferito a causa dell’esplosione di una granata. Di fronte a questo scenario, le autorità sanitarie hanno disposto l’immediato rimpatrio protetto della professionista con un volo speciale attrezzato per il trasporto in sicurezza di soggetti potenzialmente contagiosi.

La dottoressa non ha mai manifestato alcun sintomo della malattia per tutta la durata dell’osservazione, ma la natura di «caso di contatto diretto» ha reso indispensabile l’adozione delle massime tutele. Il ministero della Salute ha chiarito che l’operatrice «operava presso il centro di salute di Salamat (Bunia-Ituri)» e ha confermato di essere costantemente «attivo per tutte le attività di preparazione e sorveglianza», garantendo la continuità nel «monitoraggio dell’evoluzione del quadro epidemiologico nel raccordo con i territori e con le autorità sanitarie nazionali e locali». Proprio per far fronte al focolaio attivo in Congo e in Uganda, per il quale l’Organizzazione mondiale della sanità ha proclamato un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, il ministero ha emanato un’ordinanza speciale il 29 maggio. Il provvedimento stabilisce l’obbligo, per chiunque arrivi da quelle aree geografiche, di segnalare la propria presenza entro ventiquattro ore compilando e inviando una dichiarazione ufficiale al Dipartimento di prevenzione della Asl competente.

La sorveglianza resta altissima anche nei punti di snodo del traffico internazionale, poiché l’ordinanza ministeriale disciplina in modo ferreo anche i compiti delle società di trasporto e delle autorità portuali e aeroportuali, che hanno il dovere di distribuire i moduli informativi ai passeggeri prima del loro sbarco sul territorio italiano. Sul piano prettamente scientifico, la minaccia attuale è legata a una specifica variante del patogeno. La ricerca medica ha finora isolato sei ceppi differenti del virus e tra questi figura il Bundibugyo ebolavirus, la variante responsabile della nuova ondata di infezioni in Africa centrale. Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità ricordano che questo virus «viene trasmesso all’uomo dagli animali selvatici e si diffonde poi nella popolazione umana attraverso il contatto diretto con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri fluidi corporei di persone infette», un meccanismo di trasmissione che impone una barriera di protezione totale per i medici in prima linea.

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