
Delitti di Villa Pamphilj, Kaufmann potrebbe tornare in carcere
Il complesso e drammatico caso giudiziario legato al duplice omicidio di Villa Pamphilj si arricchisce di un nuovo e fondamentale tassello clinico. Gli psichiatri della struttura ospedaliera del Santo Spirito di Roma, che hanno avuto in cura il 46ienne californiano Rexal Ford, alias Charles Francis Kaufmann, hanno depositato le loro conclusioni dopo quasi un mese di osservazione e ricovero nel reparto di psichiatria. L’uomo è il principale accusato del terribile delitto avvenuto l’anno passato e scoperto il 7 giugno, in cui persero la vita la sua compagna e la loro figlia di appena 11 mesi, i cui corpi furono successivamente occultati all’interno della nota villa romana. Le valutazioni dei medici mettono in luce una personalità complessa ma descrivono anche un quadro clinico in via di risoluzione.
Nelle scorse ore si è tenuto un incontro decisivo tra i periti nominati dalla prima Corte d’assise di Roma e i consulenti tecnici delle diverse parti in causa proprio all’interno del nosocomio. L’attenzione degli esperti è concentrata sulla stesura di una nuova perizia specialistica, ordinata dai magistrati, per accertare se l’imputato sia attualmente in grado di affrontare coscientemente le fasi del processo a suo carico. Questo esame si è reso necessario nonostante l’uomo abbia costantemente rifiutato di sottoporsi alle terapie farmacologiche e alle cure mediche che gli erano state prescritte al momento del suo ingresso nella struttura sanitaria romana.
Il trasferimento dell’imputato dal regime di isolamento all’interno del carcere di Regina Coeli al Servizio psichiatrico ospedaliero di diagnosi e cura della Asl Roma Uno era avvenuto lo scorso 12 maggio. I giudici avevano preso questa decisione accogliendo una precedente diagnosi medica che evidenziava un disturbo psicotico acuto e transitorio, stimando un tempo di recupero di circa un mese. Nonostante il rifiuto sistematico dei trattamenti, i sanitari hanno registrato un progressivo mutamento nel comportamento del cittadino statunitense. Al momento del ricovero l’uomo mostrava una forte ostilità, ma con il passare delle settimane ha manifestato una maggiore consapevolezza del luogo in cui si trova, recuperando le piene funzioni di critica e di giudizio. I medici hanno notato che i momenti di maggiore tensione si ripresentano solo quando si affrontano argomenti personali e delicati, occasioni nelle quali l’uomo tende a utilizzare falsi nomi e a dichiarare nazionalità diverse dalla propria.
Secondo l’analisi degli specialisti del Santo Spirito, la fase acuta di agitazione potrebbe essere stata accentuata dal prolungato periodo di isolamento sofferto in cella, un’ipotesi che era già stata sollevata in sede dibattimentale dal consulente dell’accusa. Attualmente l’imputato manifesta ancora alcuni pensieri bizzarri, ma gli stessi non appaiono strutturati come deliri persistenti, tanto che il 46enne si mostra persino capace di ironizzare sulle proprie stravaganze, un comportamento insolito per i soggetti affetti da gravi disturbi psicotici radicati. Le conclusioni dei medici delineano un profilo psicologico ben preciso, evidenziando che l’uomo presenta una «tendenza alla manipolazione e alla prevaricazione come modalità relazionali e uno stile narrativo espressione di un disturbo di personalità istrionico-antisociale». Ciononostante, l’equipe medica ha formalmente dichiarato che «la gravità del quadro clinico che aveva portato al ricovero appare risolta». Spetterà ora al perito del tribunale stabilire se confermare la temporanea incapacità o se decretare il rientro dell’imputato in carcere per l’inizio del processo.