
Casal Lumbroso, attentato incendiario a un imprenditore già gambizzato in aprile
Un nuovo, inquietante capitolo di cronaca nera si è consumato nelle prime ore del mattino nella periferia romana, precisamente nella zona di Casal Lumbroso. All’alba di domenica scorsa, un improvviso incendio ha avvolto e distrutto una vettura parcheggiata davanti a una villetta, danneggiando seriamente un secondo veicolo e lambendo pericolosamente il cancello d’ingresso dell’abitazione. L’intervento tempestivo dei vigili del fuoco e degli agenti della polizia del commissariato Monteverde, accorsi in via Tullio Ascarelli poco dopo le 5 di mattina, ha evitato il peggio, ma le prime conclusioni degli esperti lasciano poco spazio al caso. La dicitura ufficiale di cause imprecisate utilizzata dai soccorritori nell’immediatezza del fatto rappresenta, nel gergo investigativo, un fortissimo indizio della natura dolosa del rogo.
L’episodio assume contorni ben più foschi se si analizza il profilo del proprietario dell’immobile e dei mezzi coinvolti. Si tratta di un imprenditore edile di 51 anni, un uomo separato che vive da solo nella villetta e che possiede diversi precedenti penali legati al traffico di sostanze stupefacenti. Per gli investigatori appare estremamente difficile considerare questo incendio come una semplice e sfortunata coincidenza, soprattutto alla luce di un precedente gravissimo avvenuto soltanto un mese fa. Il diciassette aprile scorso, infatti, l’uomo era stato vittima di un vero e proprio agguato in stile malavitoso. Un commando composto da almeno tre individui lo aveva atteso al suo rientro a casa la sera, intorno alle 20. In quell’occasione, due persone erano entrate in azione esplodendo tre colpi di pistola che avevano raggiunto l’imprenditore alle gambe, ferendolo in modo grave.
Nonostante la gravità delle ferite riportate, l’uomo era riuscito a trascinarsi all’interno della propria abitazione e a dare l’allarme telefonando a un amico, prima di essere trasportato d’urgenza all’ospedale San Camillo in codice rosso. Già in quel frangente, le dichiarazioni della vittima avevano destato forti perplessità negli inquirenti. Esaminando le immagini delle telecamere di sorveglianza della villa, che avevano immortalato le sagome degli aggressori fuggiti poi a bordo di una Peugeot bianca, gli agenti avevano cercato risposte, ma l’uomo aveva liquidato la vicenda sostenendo di non avere alcuna idea dei motivi dell’attacco.
A distanza di poche settimane, di fronte alle carcasse fumanti delle sue automobili, tra cui un’Audi A3 completamente carbonizzata, l’imprenditore ha mantenuto lo stesso identico atteggiamento di chiusura. Rispondendo alle domande di rito poste dagli investigatori della polizia, l’uomo ha recitato il medesimo copione, dichiarando ancora una volta di non sapere chi possa avercela con lui e di non avere motivi per temere ritorsioni. Questo fitto silenzio da parte della vittima viene interpretato dagli inquirenti come un ulteriore e significativo indizio del contesto in cui è maturato il doppio attentato.
L’ipotesi principale su cui si stanno concentrando le indagini della squadra mobile e della polizia locale è quella di un regolamento di conti legato al mondo del narcotraffico della Capitale. I precedenti penali dell’imprenditore e le passate inchieste che lo hanno visto coinvolto delineano infatti un profilo vicino a personaggi della criminalità organizzata di un certo rilievo. In particolare, i legami passati del cinquantunenne portano alla maxi operazione del duemilaventi, un blitz che si era concluso con l’arresto di ventotto persone, alcune delle quali ritenute strettamente collegate al noto boss Michele Senese. Gli inquirenti sospettano che il debito o il contrasto che ha scatenato la violenza non sia stato saldato con la gambizzazione di aprile, e che il rogo di domenica rappresenti un ulteriore e perentorio avvertimento all’interno delle dinamiche criminali romane.