Decreto Sicurezza, i nuovi correttivi sono al vaglio del Quirinale

24/04/2026

L’imperativo categorico che risuona tra i corridoi di Palazzo Chigi in queste ore è uno solo: coordinamento. La strategia del governo per blindare il decreto Sicurezza si gioca tutta sul tempo e sulla capacità di armonizzare i testi legislativi prima che varchino la soglia del Quirinale. Per questo motivo, è stato programmato un Consiglio dei ministri lampo per venerdì, che si terrà simbolicamente nella sala del governo a Montecitorio, a pochi metri dall’Aula dove il decreto riceverà il via libera definitivo. L’obiettivo di questa insolita manovra logistica è far sì che il decreto originale e il suo correttivo arrivino contemporaneamente sulla scrivania di Sergio Mattarella, evitando al Capo dello Stato il disagio di dover firmare una norma che egli stesso avrebbe indicato come a rischio di incostituzionalità.

Il cuore del contendere riguarda il contestato articolo 30bis, che nella sua versione originaria prevedeva un contributo economico agli avvocati per le pratiche di rimpatrio, condizionato però all’effettiva partenza dello straniero. Una formulazione che aveva sollevato un polverone, portando molti a parlare di una sorta di premio di risultato incompatibile con la funzione forense. La nuova versione del testo, alla quale hanno lavorato febbrilmente i tecnici del Viminale e del Ministero dell’Economia, trasforma questo incentivo in un rimborso spese svincolato dalla riuscita del rimpatrio e ne allarga la platea a mediatori e associazioni. Resta però lo scoglio delle coperture finanziarie, che dovranno superare l’esame della Ragioneria dello Stato prima di poter procedere verso il Colle.

Sulla nobiltà d’intenti della misura ha voluto insistere il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, cercando di smorzare le polemiche riguardanti i rilievi sollevati dalla Presidenza della Repubblica. Secondo il ministro, l’interlocuzione con il Quirinale è costante e proficua, ma l’impianto della legge deve restare solido. Piantedosi ha infatti spiegato che «la norma mantiene una sua utilità e nobiltà che noi volevamo conferirle, e cioè rilanciare un tema, quello dei rimpatri volontari assistiti, che già si fanno insieme a organizzazioni umanitarie». Più sfumata la posizione del Guardasigilli Carlo Nordio, che pur cercando di gettare acqua sul fuoco, ha tenuto a precisare che la paternità del testo non appartiene al suo ministero. Per Nordio infatti «sono materie di grande complessità, che qualche volta possono dare adito a dei malintesi», una frase che sembra voler allontanare dal Ministero della Giustizia le critiche feroci arrivate dal Consiglio nazionale forense.

Mentre la maggioranza cerca di compattarsi, le opposizioni non restano a guardare, trasformando la discussione sulla fiducia in un banco di prova per i propri leader. Se Riccardo Magi ha puntato il dito contro l’abuso dello strumento del decreto e della fiducia, Giuseppe Conte è tornato a indossare le vesti del docente di diritto per attaccare frontalmente la norma sui rimpatri assistiti. Secondo l’ex premier, il testo indurrebbe gli avvocati a commettere reati come il patrocinio infedele, snaturando la missione sociale della categoria.

Ma il decreto Sicurezza non è l’unico fronte caldo della settimana parlamentare. Mentre si attende il voto finale, si apre ufficialmente la partita sulla nuova legge elettorale, un percorso che si preannuncia sin da ora tutto in salita. La commissione Affari costituzionali è alle prese con un calendario ingolfato da oltre novanta richieste di audizione, con la maggioranza che preme per chiudere la fase istruttoria entro maggio e le opposizioni che accusano il centrodestra di avere una fretta eccessiva nonostante le divisioni interne. Per molti osservatori, il clima di tensione registrato sul decreto Sicurezza è stato solo l’antipasto di una stagione politica che vedrà i rapporti tra governo e istituzioni messi duramente alla prova.

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