Continua la diatriba tra il presidente Trump e Papa Leone XIV

16/04/2026

La tensione tra la Casa Bianca e la Santa Sede ha raggiunto un nuovo e quasi surreale picco, spostando il campo di battaglia dai tavoli diplomatici al complesso terreno della teologia. Mentre Papa Leone XIV atterra a Yaoundé, la capitale del Camerun, per la seconda tappa del suo viaggio africano, viene raggiunto dagli echi di una nuova offensiva lanciata dagli Stati Uniti. Donald Trump ha scelto di affidare il suo messaggio al mondo digitale, ripubblicando un’immagine che lo ritrae accanto a Gesù, accompagnata da un commento che lascia poco spazio all’interpretazione sulla sua percezione di sé: «Ai folli della sinistra radicale potrebbe non piacere, ma io penso che sia piuttosto carino». La provocazione non si limita all’iconografia ma investe direttamente il Pontefice sul dossier iraniano, chiedendo attraverso i social che qualcuno spieghi al Vicario di Cristo la gravità della repressione interna in Iran e il pericolo di una Teheran atomica: «Qualcuno può per favore dire a Papa Leone che l’Iran ha ucciso almeno 42 mila manifestanti innocenti e completamente disarmati negli ultimi due mesi, e che per l’Iran possedere una bomba nucleare è assolutamente inaccettabile?».

Il fianco teologico è presidiato dal vicepresidente J.D. Vance, cattolico convertito, che ha invitato pubblicamente il Papa a essere più cauto nella sua predicazione. Al centro della disputa c’è la teoria della guerra giusta, un concetto che la Chiesa cattolica ha in realtà archiviato nel 1963 con l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII. Vance sembra però ignorare il magistero degli ultimi sessant’anni, accusando il Papa di commettere scivoloni quando afferma che i discepoli di Cristo non possono mai stare dalla parte di chi sgancia bombe. Il vicepresidente ha citato la liberazione della Francia dai nazisti come prova che Dio può schierarsi con un esercito, tentando di giustificare i recenti raid americani contro il regime iraniano: «Lui dice che i discepoli di Cristo non sono mai dalla parte di chi un tempo brandiva la spada e oggi sgancia bombe. Ma c’è una tradizione di più di mille anni della teoria della guerra giusta. E Dio non era dalla parte degli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti? Credo certamente che la risposta sia sì».

La risposta dei vescovi americani non si è fatta attendere, ricordando all’amministrazione che il Catechismo, al punto 2308, autorizza l’uso della forza solo come estremo rimedio per l’autodifesa, una volta che tutti gli sforzi di pace sono falliti. Non è la prima volta che Vance tenta di piegare concetti teologici alle necessità politiche; un episodio simile si era verificato con l’Ordo amoris utilizzato per giustificare politiche restrittive sull’immigrazione, teoria già smontata in passato da Papa Francesco che richiamava alla parabola del Buon Samaritano. In Camerun, Papa Leone XIV ha evitato la polemica diretta, preferendo predicare un metodo pacato ispirato alla Dottrina Sociale della Chiesa. Parlando davanti alle autorità locali e al longevo presidente Paul Biya, il Pontefice ha definito l’atto di governare come un atto d’amore verso il proprio Paese e i vicini, affermando che servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo.

Le parole del Papa sul bene comune e sulla necessità di ascoltare realmente i cittadini risuonano con forza in un Camerun lacerato da una guerra civile tra la componente anglofona e quella francofona. Leone XIV ha richiamato l’insegnamento di Sant’Agostino, tratto dal Civitate Dei, sottolineando che servire la propria nazione richiede una dedizione totale alla reciproca armonia tra la maggioranza e la minoranza. Oltre i discorsi dottrinali, resta la speranza concreta di un popolo che guarda alla visita papale come a un’occasione per riaccendere l’attenzione internazionale, specialmente riguardo al possibile ripristino degli aiuti dell’agenzia Usaid, tagliati drasticamente proprio dall’amministrazione Trump. In questo scontro tra un sovranismo che cerca l’investitura divina e un papato che richiama costantemente alla fratellanza globale, il futuro della stabilità internazionale resta appeso a un filo sottile, tra la polvere delle strade camerunensi e i corridoi digitali di Mar-a-Lago.

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