
Se non riapre lo stretto di Hormuz è rischio paralisi dei trasporti aerei
La clessidra energetica del Vecchio Continente ha iniziato la sua corsa contro il tempo e il termine ultimo per scongiurare una crisi sistemica sembra essere fissato tra circa ventuno giorni. Se entro tre settimane lo Stretto di Hormuz non dovesse tornare a essere una via di comunicazione stabile e sicura per le petroliere, gli aeroporti italiani e quelli del resto d’Europa potrebbero trovarsi costretti a ridurre drasticamente il numero dei voli operativi. Non si tratta di una semplice ipotesi pessimistica, ma di uno scenario concreto delineato dai vertici del settore aeroportuale internazionale. Il turismo, pilastro fondamentale dell’economia nazionale, e il comparto del commercio osservano con crescente apprensione l’evolversi della situazione geopolitica, consapevoli che la tenuta del sistema dipende dalla fluidità di quel passaggio marittimo.
La sollecitazione a intervenire con una strategia coordinata è arrivata direttamente da Olivier Jankovec, direttore di Aci Europe, che in una missiva indirizzata al commissario europeo per i Trasporti ha chiarito i termini del pericolo imminente. Secondo Jankovec, «Se il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, una carenza sistemica di carburante per aerei diventerà realtà per l’Unione europea». Il direttore dell’associazione che riunisce i gestori aeroportuali ha inoltre evidenziato una lacuna strutturale non trascurabile: al momento non esiste un monitoraggio centralizzato a livello continentale sulla produzione e sulla effettiva disponibilità di jet fuel. Tale mancanza di dati certi rischierebbe di aggravare le ripercussioni economiche per le comunità locali in caso di un’interruzione prolungata della connettività aerea.
L’attenzione diplomatica internazionale è ora tutta rivolta ai dialoghi in corso a Islamabad tra le delegazioni di Stati Uniti e Iran. L’obiettivo primario è trasformare la precaria tregua attuale in un accordo duraturo che permetta il transito regolare del greggio, considerando che dallo stretto dipende circa il venti per cento del commercio globale di petrolio. Le restrizioni imposte dagli iraniani alle petroliere sono nate come ritorsione per le tensioni belliche in Libano e minacciano di innescare un effetto domino su scala mondiale. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia, ha sottolineato come la crisi possa estendersi rapidamente ai beni di prima necessità: «Mancano altri prodotti fondamentali dagli Stati del Golfo, in particolare i fertilizzanti. E questo fa rischiare una crisi globale dei beni alimentari», ha dichiarato al settimanale tedesco Spiegel.
A questo quadro già complesso si aggiungono le previsioni della Federazione Europea dei Consumatori di Alluminio, che stima aumenti produttivi considerevoli nel packaging alimentare e nel settore farmaceutico. Per quanto riguarda strettamente il trasporto aereo, il prezzo del cherosene è balzato da 750 a 1.650 dollari per tonnellata, rendendo l’aumento delle tariffe dei biglietti una conseguenza praticamente inevitabile per i passeggeri. L’Europa è particolarmente esposta, poiché acquisisce circa il 60% del carburante per aerei dalle raffinerie del Golfo e una quota massiccia transita proprio per Hormuz. Pierluigi Di Palma, presidente di Enac, ha confermato la fragilità della catena di approvvigionamento: «L’ultima petroliera, transitata dallo Stretto prima della chiusura, è arrivata a Rotterdam il 9 aprile. Si sta creando un’interruzione nelle consegne che ci porteremo dietro anche in caso di soluzione immediata della crisi. Possiamo garantire la tenuta del sistema fino alla fine di maggio».
Nonostante il quadro allarmante, alcuni esperti invitano a una lettura più cauta dei dati per evitare il panico. Andrea Giuricin, docente di Economia dei Trasporti, osserva che sebbene la scarsità sia reale e già parzialmente riflessa nei prezzi di mercato, non ci si trova ancora davanti a una paralisi totale del traffico. Le compagnie aeree potrebbero rispondere alla carenza tagliando le rotte meno redditizie, ovvero quelle con i tassi di riempimento più bassi. Giuricin ha inoltre ricordato: «In Europa non abbiamo avuto mai grandi scorte: per il modello di business sarebbero state improduttive. Eppure, una rilevazione della settimana scorsa di Aci Europe ha concluso che nell’86% dei casi gli aeroporti europei avevano le stesse riserve dell’anno scorso». Al momento gli aerei continuano a decollare, ma la stabilità del sistema per l’intera stagione estiva dipenderà dalla capacità delle grandi potenze di sbloccare l’impasse marittima.