
Roma, neonato salvato dal degrado al Tiburtino: era in mezzo a droga e rifiuti
In un angolo dimenticato del quartiere Tiburtino, nel quadrante est della Capitale, si è consumata una vicenda che sembra uscita da un racconto di cronaca nera d’altri tempi, ma che invece rappresenta la cruda realtà di una periferia ferita. Un bambino di appena 15 giorni, ancora privo di un nome e mai registrato all’anagrafe, è stato ritrovato dai vigili urbani in condizioni di totale abbandono. L’appartamento, descritto dagli operanti come una sorta di bazar disordinato ricolmo di oggetti inutili, muffa e sostanze stupefacenti, ospitava il piccolo sopra un misero materasso adagiato direttamente sul pavimento. La scena apparsa ai caschi bianchi è stata toccante: la testolina del neonato faceva capolino da una vecchia coperta di lana arancione, in un silenzio innaturale che non lasciava presagire nulla di buono. Se l’intervento non fosse scattato con tale tempestività, il piccolo avrebbe probabilmente rischiato di seguire il tragico destino del fratello, la cui vita era stata spezzata soltanto un anno prima in circostanze analoghe.
La spirale di eventi che ha portato al salvataggio ha avuto inizio a metà marzo, quando la madre, una 31enne, ha deciso di abbandonare il reparto di Ginecologia di un nosocomio romano subito dopo il parto. Nonostante il bambino necessitasse di cure e controlli post-natali fondamentali, la donna, d’accordo con il compagno romeno di 47 anni, è fuggita dalla struttura ospedaliera. Questo allontanamento non autorizzato ha fatto scattare immediatamente una segnalazione alla Procura minorile, che ha incaricato il Nucleo assistenza emarginati della polizia locale di rintracciare la coppia. Dopo un primo buco nell’acqua presso un’abitazione nel quartiere Appio-Latino, le indagini e gli appostamenti hanno condotto i militari verso il Tiburtino, dove la sera del 31 marzo è avvenuto il blitz risolutivo.
L’irruzione nell’appartamento ha confermato i timori più cupi degli investigatori, specialmente considerando il passato dei due genitori. Appena 12 mesi prima, la coppia era stata indagata per omicidio colposo in seguito alla morte di un altro figlio, nato in casa senza alcuna assistenza medica e stroncato da una meningite fulminante complicata da un’infezione polmonare. Entrando nella nuova abitazione, i vigili hanno scoperto una situazione igienica disastrosa, aggravata dal ritrovamento di cinque chili di marijuana e diverse dosi di hashish. Il padre, con alle spalle precedenti per rapina e spaccio, gestiva ufficialmente un’attività nel settore dei cannabinoidi legali, ma la quantità di droga rinvenuta suggeriva scenari ben diversi.
Durante l’udienza di convalida del suo arresto, l’uomo ha cercato di difendere la propria posizione davanti alla pm Rita Ceraso, tentando di collegare il possesso delle sostanze al trauma mai superato della perdita del primo figlio. Nel suo intervento in aula, ha provato a giustificare lo stato delle cose sostenendo una tesi legata al dolore personale, arrivando a chiedere una perizia che potesse confermare la sua versione dei fatti. Per lui sono stati disposti gli arresti domiciliari, mentre la madre è stata denunciata a piede libero. Inizialmente, la donna è stata condotta insieme al neonato presso il policlinico Umberto I, ma la decisione definitiva delle autorità è stata netta: vista l’impossibilità della madre di provvedere correttamente al sostentamento e alla protezione del figlio, è stato disposto l’allontanamento immediato del minore. Il piccolo si trova ora nel reparto di neonatologia, al sicuro dalle insidie di quell’ambiente degradato e, fortunatamente, non viene considerato in pericolo di vita dai medici che lo hanno in cura.
M.M.