
Roma, nella ristorazione dilaga il fenomeno dei “contratti pirata”

Sempre più lavoratori del settore della ristorazione a Roma vengono assunti con contratti “pirata”, firmati con organizzazioni minori che non garantiscono gli stessi diritti di quelli sottoscritti da Fipe Confcommercio e dalle principali associazioni di categoria. Cuochi qualificati pagati come semplici camerieri, direttori di sala inquadrati con livelli inferiori, dipendenti che accettano condizioni senza conoscere la rete contrattuale disponibile: così una figura su tre si trova a svolgere mansioni di responsabilità senza adeguato riconoscimento economico. Un fenomeno che non solo penalizza i lavoratori, ma anche il servizio offerto a clienti e turisti, con un impatto negativo sulla qualità complessiva del settore.
Secondo le analisi di Confcommercio, i contratti pirata comportano differenze economiche significative: le retribuzioni possono avere riduzioni da 3mila a 8mila euro lordi annui a seconda della mansione, con perdite di contributi previdenziali superiori ai 1.500 euro all’anno. Un cuoco professionista può perdere fino a 4mila euro, un macellaio circa 5.800, un salumiere 5mila e un magazziniere quasi 8mila. A Roma, dove la ristorazione rappresenta circa il 10% del totale nazionale, il fenomeno ha proporzioni rilevanti: si stimano almeno 20mila pubblici esercizi coinvolti, con un impatto diretto sul tessuto economico e occupazionale della Capitale.
L’applicazione di contratti pirata non genera solo malcontento tra i dipendenti, ma alimenta anche la concorrenza sleale tra imprese. Due ristoranti di pari dimensioni e clientela, se applicano contratti diversi, registrano margini economici profondamente differenti, alterando la competizione sul mercato. «La pirateria contrattuale è una delle prime cause di insoddisfazione dei lavoratori. Non è possibile che ci siano 14 contratti a ribasso che minano la qualità del settore», denuncia al Messaggero Sergio Paolantoni, presidente di Fipe Roma Confcommercio. A Roma il problema si intreccia con altri nodi: aperture e chiusure frequenti di locali di bassa qualità, utilizzo di cibi precotti spacciati per freschi e, come dimostrano diverse inchieste, ristoranti usati come copertura per il riciclaggio di denaro illecito, spesso intestati a prestanome.
La ristorazione romana, già colpita da crisi e concorrenza internazionale, rischia così di perdere ulteriormente credibilità e attrattiva. «Molti dipendenti firmano senza sapere cosa accettano, trovandosi poi con tariffe e orari fuori norma. Il nostro contratto prevede formazione e aggiornamenti, fondamentali per garantire qualità. Servono stesse regole e stesso mercato», conclude Paolantoni.
Il contrasto ai contratti pirata appare quindi non solo una battaglia di equità salariale, ma anche una questione di tutela della qualità e della legalità in uno dei settori più strategici per Roma e per l’Italia.