
Roma, la rabbia degli agricoltori contro l’UE e l’accordo Mercosur
La piazza San Giovanni Battista della Salle, nel cuore del quartiere Cornelia, si è trasformata ieri in un insolito palcoscenico di lotta rurale, dove il rombo dei motori diesel ha coperto il consueto rumore del traffico cittadino. Non si è trattato di una semplice manifestazione simbolica, ma di un grido di allarme lanciato da chi la terra la lavora ogni giorno con fatica e sacrificio. Tonino Monfeli, voce di riferimento dei contadini viterbesi e guida di questa sollevazione, ha voluto chiarire subito la natura dell’iniziativa parlando da una pedana improvvisata su uno dei diciassette trattori che hanno raggiunto il centro della capitale: «Questa non è una scampagnata. Siamo qui per spiegare i problemi degli agricoltori e degli allevatori».
Il viaggio dei mezzi pesanti era iniziato di buon mattino da Torrimpietra, snodandosi lungo la via Aurelia e portando con sé inevitabili rallentamenti alla circolazione, specialmente nelle zone di Massimina e all’altezza degli incroci per Bracciano. Nonostante i disagi logistici e lo sgombero forzato dei veicoli in sosta nella piazza, l’accoglienza è stata segnata da un forte spirito di solidarietà. Sotto le note dell’inno di Mameli, i manifestanti hanno esposto cartelli che parlavano di burocrazia asfissiante e della necessità di produrre italiano per non morire a causa delle importazioni incontrollate. Al centro della disputa si trova il Mercosur, l’accordo commerciale tra l’Unione europea e i Paesi sudamericani, percepito come una minaccia mortale per le eccellenze locali.
La rabbia che serpeggia tra i circa 50 manifestanti giunti da Umbria, Marche e Lazio è profonda e radicata in dati economici che non lasciano spazio all’ottimismo. I dati presentati in piazza sono emblematici di una crisi sistemica: oggi circa il 95% dei prodotti nazionali viene venduto a prezzi che non coprono nemmeno i costi di produzione. Rosario Carnevale, allevatore di Santa Maria Di Galeria, ha spiegato come l’importazione selvaggia dal Sudamerica rappresenti una forma di concorrenza sleale, poiché in quei mercati non vigono le stesse rigide regole europee su conservanti e controlli qualitativi.
Questo squilibrio non colpisce solo i produttori, ma ricade pesantemente sulle tasche e sulla salute dei consumatori finali. Un volantino distribuito durante la giornata ha illustrato plasticamente l’emergenza: il grano pagato ai contadini appena 30 centesimi al chilo arriva a costare 3 euro sotto forma di pane sugli scaffali dei supermercati. Lo stesso avviene per prodotti come i broccoli, il cui prezzo quintuplica nel passaggio dal campo al mercato. Anche per il latte, nonostante la fissazione di un prezzo minimo garantito da parte del ministero, le industrie spesso ignorano gli accordi, lasciando gli allevatori in una condizione di estrema vulnerabilità. Le statistiche degli ultimi vent’anni confermano questo declino inesorabile, con oltre un milione di aziende agricole che hanno dovuto abbassare definitivamente le serrande.
In un gesto di condivisione e sfida, i manifestanti hanno allestito una brace collettiva offrendo gratuitamente panini, vino e acqua ai passanti, cercando di coinvolgere la cittadinanza in una battaglia che considerano universale. La protesta non si esaurisce però nella piazza di Cornelia. Già per questa mattina è previsto un nuovo appuntamento presso l’Auditorium Parco della Musica, dove il focus si sposterà sulla difesa dell’olio Made in Italy. L’obiettivo resta quello di chiedere regole chiare, trasparenza totale sulle etichette e controlli rigorosi per fermare quella che viene definita come un’importazione selvaggia dai paesi extra-europei, a tutela di un patrimonio agricolo che rischia di scomparire sotto il peso di logiche di mercato globalizzate.