
Roma, 11 a processo per traffico internazionale di escort colombiane
Il sipario giudiziario sta per alzarsi su una delle inchieste più inquietanti degli ultimi anni riguardanti il quadrante est della Capitale, un’indagine che ha scoperchiato un sistema ramificato e violento di sfruttamento transnazionale. Il giudice per le indagini preliminari di Roma ha infatti disposto il giudizio immediato per 11 persone, tra cui 3 donne, accusate di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata al reclutamento, all’induzione e allo sfruttamento della prostituzione, con l’aggravante del traffico di stupefacenti. Al centro dell’organizzazione c’era il reclutamento di giovanissime ragazze in Colombia, attirate in Italia tra il novembre del 2024 e il luglio del 2025 con la vana promessa di guadagni facili e veloci. Una volta giunte a destinazione, almeno 19 giovani di età compresa tra i 20 e i 22 anni venivano stipate in appartamenti alla periferia di Roma, trasformate in merce da offrire a una clientela facoltosa sparsa tra via Veneto, il quartiere Salario, Ponte Milvio, Trastevere e San Paolo.
A muovere le fila di questo sodalizio criminale, attivo 24 ore su 24, sarebbe stato il 43enne colombiano John Hernando Sierra Diaz, meglio conosciuto negli ambienti della malavita come “Don Carlos”. Secondo l’accusa, era lui il vero capo dell’organizzazione, colui che coordinava, finanziava e organizzava ogni aspetto dell’attività illecita, dai viaggi da Bogotà alla gestione dei profitti. Don Carlos si occupava anche di selezionare personalmente le ragazze, mantenendo standard estetici brutali, come emerso dalle intercettazioni in cui si rivolgeva ai suoi contatti in Sud America affermando perentorio: «Le racchie non me le mandare più». La base operativa dell’associazione, definita dagli inquirenti come una vera e propria central, era stata allestita in un appartamento dell’Inps occupato abusivamente in via Pisino, a brevissima distanza da via della Serenissima. Da qui venivano assegnate le cosiddette coppie, formate da un autista e una ragazza, che venivano inviati a domicilio dai clienti.
I ruoli all’interno della banda erano definiti con precisione quasi aziendale. Alcuni imputati avevano il compito esclusivo di accompagnare e recuperare le escort, fornendo loro contemporaneamente le dosi di cocaina o della pregiata cocaina rosa da rivendere ai clienti che ne facevano richiesta. Altri componenti agivano come coordinatori, gestendo le prenotazioni telefoniche, concordando le tariffe delle prestazioni e confezionando la droga da consegnare agli autisti. Le giovani donne, sebbene pubblicizzate su numerosi siti web specializzati, percepivano appena la metà del compenso pattuito, mentre il resto finiva direttamente nelle tasche del sodalizio per coprire le spese del viaggio e dell’alloggio, oltre che per alimentare i profitti del capo.
Le condizioni di vita delle ragazze erano drammatiche, segnate da privazioni e da un clima di terrore costante. In un’intercettazione ambientale risalente al giugno del 2025, una delle giovani veniva sentita implorare il permesso di fermarsi per mangiare, essendo stata lasciata a digiuno per ore durante i turni di lavoro. Ma era la paura delle ritorsioni a schiacciare ogni tentativo di ribellione. Quando una ragazza tentò di fuggire insieme al fidanzato, le minacce dell’organizzazione non tardarono ad arrivare, collegate direttamente alle frange violente di Bogotà responsabili di passati omicidi. Una sua connazionale, parlando del rischio corso dalla giovane, spiegava chiaramente la situazione: «Se tornerà in Colombia saranno entrambi ammazzati». Le indagini, nate dai controlli stradali effettuati dai carabinieri all’inizio del 2025, hanno portato alle misure cautelari di settembre e ora vedranno il loro epilogo in aula. Cinque delle vittime si sono costituite persone offese nel procedimento che vedrà Don Carlos e i suoi complici comparire davanti ai giudici per la prima udienza fissata per il 1° aprile.
M.M.