
Rebibbia, riscatto in cucina: dodici detenute diventano maestre pastaie
Il percorso di espiazione della pena all’interno delle strutture carcerarie italiane si arricchisce di una nuova e significativa esperienza di inclusione sociale e professionale. All’interno della sezione femminile del penitenziario di Rebibbia, una quota rilevante di donne recluse avrebbe i requisiti giuridici per accedere al regime dei arresti domiciliari, ma si trova nell’impossibilità di usufruirne a causa della mancanza di un alloggio idoneo o della totale assenza di una rete familiare di supporto. In questo contesto di oggettiva difficoltà strutturale, aggravate dalla carenza di personale di scorta per i trasferimenti sanitari e dall’insufficienza di posti nelle strutture di accoglienza, le attività trattamentali e i progetti di formazione professionale promossi dall’amministrazione penitenziaria acquisiscono un valore ancora più determinante per offrire una reale prospettiva di reinserimento.
Un esempio concreto di questa sinergia istituzionale si è concretizzato con la conclusione di un percorso didattico speciale intitolato Pasta al fresco, che ha permesso a dodici donne di diverse nazionalità di ottenere la qualifica professionale nel settore culinario. L’iniziativa ha visto la collaborazione attiva della direzione dell’istituto, dell’area formativa interna, del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il sostegno economico di una primaria cooperativa della grande distribuzione. Il programma di studi si è sviluppato nell’arco di cinque mesi per un totale di cento ore di attività laboratoriale, integrando l’insegnamento delle tecniche tradizionali di panificazione e pastificazione con lezioni fondamentali in materia di normative igienico-sanitarie e sicurezza sui luoghi di lavoro.
La consegna dei diplomi è stata celebrata nel giardino della struttura con un saggio culinario finale preparato interamente dalle allieve sotto la guida di docenti e chef professionisti, che hanno coordinato una brigata composta da donne di età e provenienze geografiche differenti, comprese alcune cittadine provenienti dal Nord Africa e dall’America Latina. Durante la cerimonia, la direttrice del settore femminile, Nadia Fontana, ha espresso la sua grande soddisfazione per l’esito del progetto: «il corso rappresenta un pacchetto formativo completo per consentire alle partecipanti di uscire dall’istituto e rimettersi immediatamente in gioco nel mercato del lavoro». Molte delle partecipanti hanno manifestato profonda commozione, vedendo nel documento professionale non solo un riconoscimento dell’impegno profuso, ma un vero e proprio strumento di autonomia economica e di riscatto personale da spendere anche al di fuori dei confini nazionali.
Il settore della ristorazione e della produzione alimentare artigianale manifesta una costante richiesta di manodopera qualificata, motivo per cui i rappresentanti dei soggetti finanziatori hanno ribadito l’importanza di sostenere percorsi capaci di generare una reale integrazione sociale. Attualmente, diverse recluse usufruiscono già di permessi premiali per prestare servizio nelle attività interne della struttura o nelle aziende agricole collegate, e alcune di loro trovano impiego quotidiano nei punti di ristoro aperti al pubblico esterno. Nonostante il prezioso supporto fornito dalle realtà associative e dal cappellano della struttura nella ricerca di alloggi, il magistrato di sorveglianza Simone Farina ha sottolineato la complessità della gestione quotidiana, ricordando come sia fondamentale incrementare le risorse disponibili per trasformare il periodo di detenzione in un’effettiva opportunità di cambiamento.