Petrolio alle stelle e Borse in rosso: la guerra in Iran scuote i mercati mondiali

07/03/2026

Lo spettro di un conflitto di lunga durata nel cuore pulsante del sistema energetico mondiale ha scosso profondamente le fondamenta dei mercati internazionali, innescando una reazione a catena che ha tinto di rosso i listini europei e statunitensi. La giornata di ieri ha visto il prezzo del greggio sfondare barriere psicologiche e tecniche che sembravano lontane, con il Wti che ha superato la quota dei 90 dollari e il Brent che è volato rapidamente oltre i 92 dollari al barile. Non si tratta solo di petrolio, poiché anche il comparto del gas naturale ha mostrato segni di forte nervosismo: i futures di aprile hanno registrato un rincaro del 4%, attestandosi a 52,8 euro. In un’Europa che vede i propri stoccaggi ridursi sotto la soglia del 30% e un’Italia che resiste al 46%, il timore è che la prossima stagione di approvvigionamento si trasformi in una competizione globale spietata tra Paesi alla ricerca di fornitori sicuri.

Ad alimentare questo clima di incertezza sono state le dichiarazioni giunte dal Qatar, che ha ventilato la possibilità di interrompere le esportazioni in caso di uno scontro prolungato, paventando scenari in cui l’oro nero potrebbe raggiungere la cifra iperbolica di 150 o persino 200 dollari al barile. La situazione diplomatica, lungi dal mostrare segnali di distensione, si è ulteriormente irrigidita dopo la richiesta avanzata dal presidente statunitense Donald Trump per una resa incondizionata dell’Iran, una posizione che chiude di fatto ogni spiraglio per un’intesa negoziata. A questo si aggiungono le oggettive difficoltà logistiche nello Stretto di Hormuz, snodo vitale dove le petroliere e le navi gassiere navigano sotto la costante minaccia dei pasdaran della Repubblica Islamica, spingendo Washington a ipotizzare persino l’impiego di scorte militari per garantire il transito mercantile.

Le ripercussioni sul campo non si sono fatte attendere: il colosso danese della navigazione Maersk ha già sospeso le spedizioni verso l’area calda del Golfo, mentre fonti provenienti dall’Iraq riferiscono che le compagnie petrolifere europee, inclusa l’italiana Eni a Bassora, hanno avviato l’evacuazione del proprio personale straniero. In questo contesto di economia di guerra, Trump ha incontrato i vertici delle aziende della difesa, ricevendo rassicurazioni su una produzione di armamenti avanzati che dovrebbe quadruplicare nei prossimi mesi. Le piazze finanziarie hanno reagito con perdite diffuse: Milano ha lasciato sul terreno l’1%, Londra l’1,24% e Francoforte lo 0,94%. Oltreoceano, il Nasdaq ha registrato un calo del 1,59%, mentre l’indice Vix, che misura la volatilità e la paura degli investitori, ha fatto un balzo del 25%, sfiorando i 30 punti.

Nemmeno i dati sull’occupazione statunitense, che hanno riportato la perdita di 92.000 posti di lavoro a febbraio con una disoccupazione salita al 4,4%, sono serviti a calmare le acque. Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia, ha inquadrato perfettamente la situazione: «Per la Federal Reserve il problema, però, è tutt’altro che semplice. Da un lato, un mercato del lavoro che rallenta potrebbe giustificare nei prossimi mesi una linea più accomodante. Dall’altro, la banca centrale deve restare prudente perché l’escalation della guerra con l’Iran rischia di alimentare nuove pressioni inflazionistiche attraverso l’aumento dei prezzi energetici, dei carburanti e dei costi di trasporto». Il dilemma per le banche centrali è dunque servito: combattere il raffreddamento economico o arginare una nuova ondata di inflazione energetica?

Anche dalla Banca Centrale Europea giungono messaggi di prudenza. Isabel Schnabel ha ammesso che il recente aumento dei prezzi energetici rende il percorso dell’inflazione più incerto: «Tuttavia, finché gli scostamenti dal nostro obiettivo, in entrambe le direzioni, restano temporanei e limitati, con aspettative di inflazione ben ancorate, essi hanno un’importanza limitata per le decisioni di politica monetaria, poiché si verificano naturalmente quando un’economia è esposta a prezzi dell’energia volatili». Mentre il Bitcoin scivola sotto i 70.000 dollari, gli investitori cercano rifugio nell’oro, che ha registrato un incremento dell’1,82%. Gli analisti di Pictet mantengono come scenario base una possibile de-escalation, ma avvertono che il ricordo della pandemia e i target di inflazione ancora non raggiunti manterranno petrolio e gas su livelli elevati, obbligando i governi a una navigazione a vista in un mare decisamente tempestoso.

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