
Nuova legge elettorale pronta prima del Referendum
La riforma della legge elettorale, quella complessa architettura necessaria per mandare finalmente in pensione il Rosatellum, sta subendo un’accelerazione improvvisa che rompe gli indugi e spariglia le carte in tavola. Fino a poco tempo fa, la linea ufficiale sembrava quella di attendere l’esito del referendum sulla giustizia previsto per la fine di marzo, ma oggi quel muro di prudenza appare crepato da una nuova urgenza. Fonti vicine a palazzo Chigi confermano infatti che «l’idea è di far prima», senza attendere la scadenza naturale del 22 e 23 marzo, quando i cittadini saranno chiamati a esprimersi sul futuro delle toghe. Questo cambio di passo non è passato inosservato, scatenando contatti febbrili tra le forze politiche.
Dietro questa fretta si nasconde un mutamento profondo del clima politico. Se inizialmente il timore di politicizzare il referendum sulla giustizia frenava ogni iniziativa, oggi la maggioranza sembra convinta che l’importante sia blindare il nuovo sistema il prima possibile. Si avverte la necessità di evitare che il voto popolare si trasformi in un giudizio sulla capacità di comando di Giorgia Meloni, un rischio che la premier vuole scongiurare evitando l’errore commesso in passato da Matteo Renzi. La convinzione che si sta facendo strada tra le fila del governo è semplice: «l’importante è portarla a casa». In questo scenario, le figure di Meloni, Tajani e Salvini appaiono compatte nell’intento di metterci la faccia, cercando di convincere l’elettorato della bontà del progetto. Eppure, nei corridoi del Parlamento, si sussurra che ci sia un altro fattore determinante in questo sprint finale: il caso legato al generale Vannacci.
L’eventualità che il generale possa correre in solitaria, distanziandosi dalla Lega, agita non poco le acque del centrodestra. Un suo addio al Carroccio potrebbe indebolire la tenuta dell’esecutivo, spingendo il partito di Salvini verso posizioni più radicali e identitarie, mettendo a dura prova la convivenza con Forza Italia. La nuova legge elettorale, nelle intenzioni dei suoi architetti, dovrebbe servire anche a gestire queste turbolenze. Il cuore del progetto prevede un sistema proporzionale con un super premio di maggioranza destinato alla coalizione che riesca a superare la soglia del 40 per cento dei voti. L’obiettivo dichiarato è quello di uscire dalle urne con un vincitore certo, garantendo una maggioranza chiara che non sia costretta a tirare a campare tra veti incrociati e piccoli ricatti parlamentari.
Rimane però aperto il delicato capitolo delle soglie di sbarramento. Al momento, la maggioranza sembra orientata a mantenere i vecchi sbarramenti invariati, temendo che un inasprimento possa essere percepito come una mossa ad personam, finendo per «fomentare il suo popolo» e allargare ulteriormente il consenso degli esclusi. Infine, pare sia stata messa da parte l’ipotesi dell’indicazione del premier da parte delle coalizioni sulla scheda elettorale.