
Meloni prende le distanze da Merz sulle critiche agli USA. Sì al Board per Gaza
L’Italia è impegnata in un complicato gioco di equilibri, mediando tra le diatribe divampate tra i Paesi UE e gli USA. Prima di imbarcarsi sull’aereo di Stato per fare ritorno a Roma da Addis Abeba, dove ha affrontato i temi legati al Piano Mattei con i leader africani, Giorgia Meloni ha voluto affrontare apertamente la questione del rapporto con gli Stati Uniti, distanziandosi in modo netto dalle recenti dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Le parole del leader tedesco su una presunta frattura insanabile tra la Casa Bianca e il Vecchio Continente non trovano infatti terreno fertile nella visione della premier italiana. Meloni preferisce un approccio meno conflittuale e più orientato alla ricerca di punti di contatto, sottolineando come trasformare ogni divergenza in uno scontro non sia utile agli interessi europei. «Credo che interrogarci sempre su ciò che gli altri possono fare per noi, o non stanno facendo per noi, o dovrebbero fare in più per noi sia un approccio diverso da quello che dovremmo avere», ha dichiarato, riprendendo e parafrasando in un certo senso le parole di un famoso discorso di JFK. Secondo questa visione, nonostante il rapporto tra alleati stia attraversando una fase indubbiamente particolare, è necessario lavorare fianco a fianco con l’amministrazione Trump piuttosto che alimentare divisioni che potrebbero indebolire l’intero blocco occidentale.
In questo scenario si inserisce la decisione dell’Italia di partecipare alla prima riunione formale del board di pace per Gaza, convocata a Washington. Roma ha scelto di esserci, ma con una formula diplomatica specifica: quella di Paese osservatore. Questa modalità consente all’esecutivo di aggirare eventuali problemi di compatibilità costituzionale legati allo statuto dell’organismo ideato dal tycoon, perplessità che erano già state oggetto di confronto con il Quirinale. Per Meloni, questa rappresenta una buona soluzione per garantire la presenza italiana in un dossier così delicato senza incorrere in imbarazzi istituzionali, con una delegazione italiana che probabilmente vedrà protagonista il ministro Tajani o il consigliere diplomatico Fabrizio Saggio.
Le critiche interne non sono mancate, con Elly Schlein che accusa il governo di una subalternità politica a Trump considerata insostenibile, ma la linea di Palazzo Chigi non cambia. Meloni è convinta che l’Europa non possa restare a guardare di fronte alla fragilità del Medio Oriente e che debba interrogarsi su come diventare più forte e autonoma. Su questo punto, la premier concorda parzialmente con il cancelliere Merz, ritenendo corretta la valutazione secondo cui l’Unione Europea deve fare di più per la propria sicurezza e per rafforzare il pilastro europeo della Nato. Tuttavia, la distanza rimane totale per quanto riguarda i giudizi politici sul movimento Maga. Interpellata sulla condivisione delle critiche di Merz verso l’universo trumpiano, Meloni ha risposto con un netto «No, direi di no», ribadendo che si tratta di valutazioni legate ai partiti che non dovrebbero diventare oggetto di competenza dell’Unione Europea. La priorità resta quella di alimentare il motore italo-tedesco senza però compromettere l’integrazione con gli alleati americani.
La posizione italiana è chiara ed improntata al buonsenso e al pragmatismo, senza avventate fughe in avanti che hanno contraddistinto in tempi recenti le uscite pubbliche dei leader di Germania, UK e soprattutto Francia. Tutta insieme l’UE investe in spese militari un terzo degli USA: pensare di fare a meno del sostegno americano oggettivamente non è molto credibile.