
L’ultimo saluto di Roma a Riccardo, il 16enne morto a Crans Montana
Una marea umana composta da centinaia di adolescenti ha invaso ieri la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, sulla cima di viale Europa, per l’ultimo addio a Riccardo Minghetti. La Generazione Z di Roma si è mostrata lontana dagli stereotipi dell’apatia social, rivelando un volto fatto di consapevolezza, pietas e una silenziosa ma ferma richiesta di giustizia. Gli studenti del liceo scientifico Stanislao Cannizzaro, insieme a coetanei provenienti da tutta la città, si sono stretti attorno alla bara di legno chiaro, su cui campeggiava una foto di Riccardo sulla neve e la maglia dello Sporting Club Eur. Un lutto che da familiare si è trasformato in cittadino, alla presenza del sindaco Gualtieri, del governatore Rocca e dei ministri Abodi e Schillaci.
Il sentimento dominante tra i banchi non è stata la rabbia, ma una serie di interrogativi pesanti rivolti alle autorità elvetiche. Perché le regole sulla sicurezza del locale “Le Constellation” sono state ignorate? Perché i controlli sono stati truffati? Perché, a distanza di giorni dalla tragedia, la magistratura svizzera non ha ancora individuato i colpevoli? I compagni di classe della quarta E, insieme a ragazzi di tutte le sezioni, hanno depositato corone di fiori bianchi portando con sé queste domande d’ingiustizia. Carla e Massimo, i genitori di Riccardo, hanno ascoltato i racconti degli amici che ricordavano il figlio come un ragazzo solare, quello che sulla ruota panoramica del lunapark dell’Eur gridava alla giostra di muoversi più velocemente.
Accanto alla famiglia Minghetti c’era anche Umberto Marcucci, padre di Manfredi, l’amico di Riccardo che sta ancora lottando nel reparto grandi ustionati del Niguarda di Milano. Le due famiglie, unite da un destino crudele, hanno condiviso lo sconcerto per l’inazione delle autorità di Crans-Montana. Marcucci è stato categorico: «Com’è possibile che i proprietari, dopo quello che sta emergendo, non siano ancora stati arrestati? Il Comune di Crans è stato mortalmente inadempiente sui controlli». Per queste famiglie romane colpite al cuore, la richiesta è di pura verità processuale, affinché l’indifferenza cinica che ha causato il disastro non resti impunita.
Dal pulpito, papà Massimo ha voluto trasformare il dolore in un messaggio di speranza rivolto ai ragazzi presenti: «Siete voi il motore del mondo». Ha ricordato come Riccardo sognasse di diventare un avvocato penalista e ha affidato il suo ricordo alla positività che il giovane sprizzava in ogni foto e in ogni match di tennis. Mentre la bara lasciava la chiesa, la consapevolezza del dolore si è mescolata alla scoperta di un’energia fresca che attraversa la città. Il ricordo di Riccardo Minghetti non resterà solo una ferita, ma un valore mobilitante per una generazione che ha imparato bruscamente a conoscere il dolo del mondo, ma che non rinuncia a chiederne conto.
M.M.