Lo spread scende sotto i 60 punti: record storico per l’affidabilità dell’Italia

16/01/2026

La barriera dei 60 punti base è stata finalmente sfondata, segnando un momento di svolta per la percezione dell’affidabilità finanziaria italiana sui mercati internazionali. Lo spread, considerato da sempre il termometro principale della credibilità di un Paese, è sceso ieri sul circuito Mts fino a quota cinquantanove punti, arrivando a toccare il minimo di 58,7 nel corso della seduta secondo le rilevazioni di Borsa Italiana. Si tratta di un traguardo psicologico fondamentale, che riporta il differenziale su livelli che non si registravano da prima della grande crisi finanziaria scatenata dal fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008. Nonostante una leggera risalita a fine giornata, con una chiusura fissata a 62,5 punti per Bloomberg e a 63 per la piattaforma Mts, il dato evidenzia un consolidamento della fiducia degli investitori, con il rendimento del decennale italiano sceso al 3,44 per cento, posizionandosi addirittura al di sotto del 3,49 per cento pagato dai titoli di Stato francesi di pari durata.

Questo trend positivo non è frutto del caso, ma riflette una strategia economica che ha saputo rispondere alle turbolenze globali degli ultimi anni. Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha infatti evidenziato come le scelte di via XX Settembre abbiano giocato un ruolo cruciale in questo processo di stabilizzazione. In una nota ufficiale viene sottolineato che «se all’inizio della legislatura le tensioni internazionali e le preoccupazioni legate alla crisi energetica e alla guerra in Ucraina, insieme alla politica monetaria con gli aumenti dei tassi di interesse da parte della Bce, hanno tenuto lo spread su livelli relativamente alti, le politiche di bilancio prudenti e il rispetto degli impegni con l’Ue hanno contribuito a rassicurare i mercati». Questa prudenza finanziaria, unita alla stabilità politica della coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni, ha convinto anche le grandi banche d’affari americane. Goldman Sachs ha infatti recentemente confermato che il gradimento del governo resta solido e che il differenziale tra Btp e Bund dovrebbe mantenersi su questi livelli per tutto l’anno, non superando i 75 punti base alla fine del 2026.

Il percorso compiuto dall’Italia appare ancora più significativo se si confrontano i dati attuali con quelli dell’inizio del mandato governativo, quando il differenziale si attestava a 251 punti. In soli diciotto mesi, il divario di rendimento con la Germania si è ridotto drasticamente, muovendosi in controtendenza rispetto all’aumento delle cedole registrato in altri Paesi dell’Eurozona. Questa capacità di mantenere l’ordine nei conti pubblici è stata confermata anche dal recente iter della legge di Bilancio, che è riuscita a integrare nuove risorse senza alterare i saldi complessivi. Secondo il dicastero dell’Economia, «dall’inizio del 2024 ad oggi in particolare lo spread si è mosso in un contesto di relativa tranquillità, riflettendo una maggiore fiducia degli investitori nella solidità economica dell’Italia e nelle sue politiche finanziarie». La prova definitiva di questo interesse è arrivata dal primo collocamento del 2026, dove a fronte di un’offerta di 20 miliardi il Tesoro ha ricevuto ordini per ben 265 miliardi di euro.

Parallelamente alla discesa dello spread, si registra un cambiamento importante nella composizione del debito pubblico italiano, che a novembre è calato in termini assoluti a 3.124,9 miliardi di euro. Cresce costantemente la quota in mano agli investitori stranieri, salita al 34,1%, ma aumenta anche il peso dei risparmiatori domestici. Le famiglie e le imprese italiane detengono ora il 14,5% del debito, una cifra destinata a crescere ulteriormente grazie ai nuovi titoli dedicati al mercato retail che il Tesoro intende proporre nel corso dell’anno. Al contrario, diminuisce la quota detenuta dalla Banca d’Italia, segno di un mercato che sta tornando a dinamiche più naturali. A sostenere questa architettura finanziaria contribuisce infine l’ottimo andamento delle entrate fiscali e contributive, cresciute di oltre trentatré miliardi rispetto all’anno precedente. In particolare, il balzo dei contributi previdenziali gestiti dall’Inps, aumentati di oltre il 10%, testimonia la tenuta del mercato del lavoro e la solidità del sistema produttivo nazionale in questa fase di ripresa consolidata.

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