
L’esercito dei baby pusher: l’allarme dei minori assoldati dai clan dello spaccio
Al posto dei palloni da calcio, nelle tasche di una fetta crescente di giovanissimi si trovano banconote di piccolo taglio e dosi pronte per essere vendute dietro lauti compensi. Si tratta di una deriva preoccupante che vede gruppi criminali e clan assoldare minori, spesso italiani nati in contesti fragili, per presidiare quelle piazze di spaccio che da mesi hanno ripreso a macinare profitti vertiginosi. Da Ostia al Casilino, passando per il Quarticciolo fino all’area dei Castelli Romani, il numero di adolescenti bloccati o arrestati è in costante aumento, come confermato dagli ingressi nel centro di prima accoglienza Virginia Agnelli e dalle numerose informative trasmesse alla Procura minorile.
La gravità del fenomeno è evidenziata dall’abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti. Non si parla più soltanto di ragazzi vicini ai diciotto anni, ma di veri e propri bambini. Durante una perquisizioni domiciliari, sono stati scoperti perfino dodicenni e tredicenni con diverse dosi di hashish pronte alla vendita. Questi ragazzi, che dovrebbero occupare il loro tempo tra i banchi di scuola, finiscono invece per gestire anche sostanze pesanti come la cocaina.
Il sistema criminale punta con decisione su giovani incensurati, figli di italiani e senza alcun precedente alle spalle, proprio perché la loro condizione di soggetti puliti li rende meno visibili ai radar delle forze dell’ordine. I clan sanno bene che, in caso di sequestro, la perdita della sostanza è un rischio calcolato, mentre la difficoltà di risalire la filiera partendo da un minore è altissima. Inoltre, le organizzazioni sfruttano cinicamente la non imputabilità dei più piccoli per garantire la continuità degli affari. Nelle zone dove lo spaccio è più florido la paga giornaliera per un giovane pusher può oscillare tra i 30 e i 50 euro. È una prospettiva che spinge molti a mettersi in fila per entrare nel sistema, abbandonando gli studi e ignorando ogni percorso di legalità.
Sul litorale romano il modello operativo è diventato ancora più sofisticato e pericoloso. Le piazze di spaccio all’aperto sono state parzialmente sostituite da mercati della droga allestiti all’interno di appartamenti occupati abusivamente. In questi fortini, i venditori vengono talvolta quasi segregati per controllare la merce e gestire il flusso dei clienti. Durante le operazioni di sgombero e riassegnazione di questi immobili, sono stati identificati numerosi minori che partecipavano attivamente alla gestione del business. I numeri parlano chiaro: dall’inizio dell’anno i carabinieri hanno già arrestato 16 minori e denunciato altri 17, a testimonianza di una guerra che non risparmia l’infanzia.
Come spiega la narrazione degli eventi recenti, si avverte la necessità di un intervento che vada oltre la semplice repressione, poiché «i ragazzini non sanno che questi non sono giochi e finiscono impigliati in una rete che non lascia scampo». Molti di loro entrano in questo mondo per emulazione o per necessità, convinti di poter gestire situazioni che in realtà li schiacciano. È un buco nero educativo e sociale che continua a inghiottire il futuro di Roma, trasformando la speranza in una manciata di euro sporchi.