Indagine della polizia sulla rete della galassia anarchica a Roma

24/03/2026

L’ombra dell’insurrezionalismo anarchico torna a proiettarsi in modo tragico sulla capitale, portando alla luce una fitta trama di legami e solidarietà che per anni ha protetto la latitanza ideale di Alessandro Mercogliano. Il 53enne, vittima giovedì scorso di una violenta deflagrazione all’interno di un casale abbandonato nel Parco degli Acquedotti, non era un nome nuovo per le autorità. La sua storia criminale e politica aveva attraversato i penitenziari di Ferrara, Rebibbia e Alessandria, legandosi a uno dei capitoli più significativi della galassia anarchica italiana: l’inchiesta torinese Scripta Manent. Nonostante una condanna in primo grado per associazione con finalità di terrorismo, Mercogliano era stato poi assolto in appello, scegliendo Roma come luogo in cui ricostruirsi una vita, almeno in apparenza. Nella capitale aveva mantenuto una residenza formale e un lavoro come tecnico nelle produzioni cinematografiche, ma i suoi legami con la comunità di compagni non si erano mai spezzati, alimentati da quella mutualità tra pochi selezionati che caratterizza i gruppi più radicali.

Per oltre quattro anni, il veterano dell’anarchismo ha vissuto in un appartamento sulla Nomentana di proprietà di Matteo Furcolo, un altro esponente del movimento noto per le sue azioni in Val di Susa contro la Tav. Questa abitazione, insieme al covo individuato nel quartiere Quadraro, a brevissima distanza da luoghi storici della lotta armata romana, fungeva da punto di snodo per incontri e pianificazioni che spesso precedevano o bypassavano le discussioni ufficiali nei vari circoli cittadini. In questi spazi, che si estendono dal Laurentino 38 fino al circolo Bencivenga, l’individualismo si mescolava al mutuo soccorso, garantendo a Mercogliano e alla sua compagna, la 36enne Sara Ardizzone, una rete di protezione costante. La donna, originaria dell’Umbria e legata all’uomo da almeno due anni, condivideva con lui non solo la quotidianità domestica ma anche una visione del mondo segnata da una ribellione profonda.

L’incidente che ha stroncato le loro vite il 19 marzo intorno alle ore 19 sembra essere la tragica conseguenza di un errore durante il confezionamento di un ordigno rudimentale. Sul luogo della tragedia, gli inquirenti hanno rinvenuto una bottiglia di fertilizzante a base di nitrato d’ammonio e tracce di polvere pirica, componenti che, se mescolati con perizia, possono generare una forza distruttiva notevole. Resta ancora da chiarire se la coppia fosse stata accompagnata al casale da qualcuno che, subito dopo lo scoppio, si è dileguato nel buio del parco. Le indagini ora si concentrano sui contenuti dei telefoni cellulari e sui documenti sequestrati nell’abitazione delle vittime, con l’obiettivo di verificare l’eventuale coinvolgimento dei due in recenti raid avvenuti a Roma, tra cui un attacco contro una sede della Guardia di Finanza. Sebbene sia emerso il nome di Giuseppe Scaccia, anarchico arrestato a Catania pochi giorni dopo, gli analisti tendono a escludere un nesso operativo diretto a causa di divergenze ideologiche che tenevano i percorsi dei due gruppi ben distinti.

Mentre le autopsie previste per le prossime ore cercheranno di dare ulteriori risposte tecniche, sui muri di Viterbo sono già apparse scritte di commemorazione per quelli che nel movimento vengono chiamati con affetto «Saretta e Sandrone». Questo estremo saluto si inserisce in una narrativa che trasforma l’incidente in un atto eroico fallito, dove la morte viene accettata come il rischio supremo della militanza. Alcuni esponenti della stessa area politica hanno però espresso parole di riflessione più amara, definendo i due come «vittime del mito dell’azione esemplare e redentrice». Questo commento evidenzia la frattura tra chi ancora crede nella necessità di gesti simbolici violenti e chi, invece, vede in questi tentativi solo una spirale di autodistruzione. La capitale si trova così a fare i conti con una realtà sotterranea che, nonostante le operazioni di polizia come quella che nel 2020 colpì il circolo Bencivenga, continua a rigenerarsi nelle periferie e nei luoghi dismessi, tra ideali di rivolta e tragiche fatalità.

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