
Il Governo punta a bloccare il previsto aumento dell’età pensionabile

Il Governo Meloni è al lavoro per trovare una soluzione sul tema delle pensioni, in vista della prossima legge di bilancio. Al centro del dibattito c’è l’aumento di tre mesi dell’età pensionabile, fissato per il 2027 con l’adeguamento alla speranza di vita. L’intenzione dell’esecutivo sarebbe quella di congelare la misura fino al 2029, mantenendo l’uscita a 67 anni. Ma l’operazione non è semplice: secondo le stime dell’Inps, costerebbe circa un miliardo di euro l’anno.
Per ridurre l’impatto sui conti pubblici, si valuta l’introduzione di mini-finestre di uno o due mesi tra il raggiungimento dei requisiti e l’erogazione dell’assegno. Una soluzione già sperimentata con Quota 103 e con la pensione anticipata contributiva.
Il pacchetto previdenziale in discussione non si limita al tema dell’età. Restano infatti da definire il destino di Quota 103, dell’Opzione Donna e dell’Ape sociale, tutte in scadenza a fine anno. Secondo indiscrezioni, l’esecutivo starebbe valutando l’ipotesi di accantonare questi strumenti, che negli ultimi mesi hanno registrato un utilizzo limitato a causa dei vincoli introdotti e del ricalcolo contributivo penalizzante.
La Lega, tramite il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, spinge invece per l’introduzione di un meccanismo di flessibilità a 64 anni, accessibile a dipendenti pubblici e privati. In questo caso si potrebbe utilizzare il Tfr o la previdenza integrativa per raggiungere la soglia minima di 1.616 euro mensili, necessaria per l’uscita anticipata.
Già nella scorsa manovra è stata introdotta la possibilità per i lavoratori contributivi di uscire a 64 anni con almeno 25 anni di versamenti (che diventeranno 30 dal 2030). Ora si valuta se estendere questa opzione anche a chi rientra nel sistema misto. Tuttavia, la Ragioneria generale dello Stato avrebbe espresso perplessità sulla sostenibilità della misura.
C’è poi il tema dei coefficienti di trasformazione, il secondo meccanismo che regola il sistema previdenziale. Se da un lato il blocco dell’età di uscita eviterebbe l’innalzamento automatico, dall’altro i coefficienti continuerebbero a ridurre gli assegni in base all’aspettativa di vita. Secondo i calcoli della Ragioneria, questo porterebbe a un taglio medio del 9% delle pensioni. «Bloccare l’età senza intervenire sui coefficienti rischia di ridurre gli assegni futuri», avvertono i tecnici.
Il Governo dovrà quindi decidere se puntare su un blocco secco dell’aumento, introdurre nuove finestre o ridisegnare l’intero sistema di flessibilità in uscita. La partita è complessa, con l’obiettivo di garantire sostenibilità ai conti pubblici senza sacrificare troppo i diritti dei lavoratori prossimi alla pensione. Le prossime settimane saranno decisive per capire quali misure entreranno nella manovra autunnale.