Borse in calo e petrolio in rialzo per la ripresa degli attacchi Usa in Iran

09/07/2026

Il panorama finanziario internazionale si trova a fare i conti con una nuova ondata di instabilità geopolitica che ha interrotto bruscamente la relativa calma delle ultime settimane. Le crescenti frizioni tra gli Stati Uniti e l’Iran, unite al timore concreto per la fine dell’accordo bilaterale che aveva garantito una tregua al comparto energetico, hanno innescato una decisa correzione sui listini globali. A Piazza Affari la seduta si è chiusa con un calo dell’uno virgola due per cento, ma la debolezza ha contagiato l’intera mappa dei mercati mondiali. La principale fonte di preoccupazione per gli investitori è legata alla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, uno scenario che evoca di nuovo lo spettro della crisi energetica e aumenta le probabilità di una recessione globale. A incendiare il clima sono state le dichiarazioni incrociate e gli attacchi reciproci, seguiti dalle minacce di un blocco al transito delle merci formulate sia dal Pentagono sia da Donald Trump. Questa incertezza si è innestata su un terreno già fragile, segnato dai recenti scossoni che hanno colpito il settore dei microchip e dell’intelligenza artificiale. Il Dow Jones ha registrato una perdita superiore ai seicento punti, mentre lo Stoxx seicento e il Nikkei hanno ceduto rispettivamente l’uno virgola sessantuno per cento e il due virgola undici per cento.

In netta controtendenza rispetto ai mercati azionari, il comparto petrolifero ha mostrato un vigoroso rialzo. Il greggio Wti ha messo a segno un balzo superiore al 7%, superando la soglia dei 75 dollari al barile, mentre il Brent ha toccato temporaneamente gli 80 dollari prima di assestarsi sopra i 76 dollari. Contemporaneamente, i rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sono saliti oltre il 4,57% e il dollaro si è rafforzato sui massimi dell’ultima settimana. La volatilità attuale riflette l’imprevedibilità della linea diplomatica della Casa Bianca. Trump, che fino a poco tempo prima aveva espresso apprezzamenti per la nuova leadership iraniana manifestando la volontà di chiudere il conflitto, ha invertito drasticamente la rotta. Durante il vertice della Nato ad Ankara ha infatti annunciato la rottura delle trattative: «Non voglio più parlare con quella gente». Questo cambio di rotta ha penalizzato i titoli legati ai beni di consumo, come Home Depot, McDonald’s e Booking Holdings, fortemente esposti all’aumento dei costi energetici, mentre ha favorito i colossi petroliferi come ConocoPhillips, Chevron e Marathon Petroleum. Nel frattempo, il settore dei semiconduttori ha provato a stabilizzarsi dopo i crolli precedenti.

L’analisi della situazione attuale mette in luce come il sentiment degli investitori sia mutato rapidamente, evidenziando la fragilità delle precedenti aspettative di stabilizzazione. Come sottolineato da Daniela Hathorn, analista di Capital.com, «Le rinnovate tensioni in Medio Oriente hanno interrotto una narrativa di mercato diventata sempre più compiacente». Secondo questa lettura, le ultime vicende belliche hanno bruscamente ricordato agli operatori che un accordo duraturo tra Washington e Teheran è tutt’altro che scontato. I mercati avevano prematuramente archiviato il conflitto, convinti che sarebbe passato in secondo piano, ma l’evoluzione degli eventi ha smentito questa ipotesi.

In questo quadro di incertezza, il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime sul Prodotto interno lordo globale, che per il 2026 dovrebbe attestarsi al 3%, registrando una flessione dello 0,1% rispetto alle previsioni primaverili. I fattori di rischio sistemico individuati dagli analisti di Washington rimangono la crisi mediorientale, le politiche tariffarie statunitensi e i timori di una bolla speculativa legata all’intelligenza artificiale. Nonostante questo rallentamento modesto, il Fondo prevede comunque un’accelerazione al 3,4% per il 2027. Per quanto riguarda l’Italia, le stime di crescita restano invariate allo 0,5% sia per il 2026 sia per l’anno successivo, un dato che si inserisce in un contesto europeo generalmente debole e sotto l’1%. La tenuta dell’economia italiana viene attribuita all’impatto positivo degli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, anche se permangono forti incognite legate al calo dei consumi privati, penalizzati dall’impennata dei prezzi dei beni alimentari ed energetici.

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