
Spionaggio, la procura di Roma indaga su una talpa russa in Vaticano
Le recenti indagini condotte dai carabinieri del Ros e coordinate dalla Procura di Roma hanno portato alla luce una complessa e ramificata rete di spionaggio internazionale che vede coinvolti due ex agenti segreti italiani in congedo, accusati di aver operato sistematicamente in favore della Federazione Russa. Al centro degli accertamenti giudiziari vi sono Raoul Gavino Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi finiti agli arresti domiciliari. Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali confluite negli atti dell’inchiesta emerge il forte sospetto che l’organizzazione sia riuscita a pagare una talpa all’interno dello Stato del Vaticano con l’obiettivo preciso di reperire informazioni riservate e documenti segreti da veicolare successivamente a Mosca.
In uno dei dialoghi registrati dagli inquirenti, Piras si rivolge ai propri referenti descrivendo lo sforzo economico sostenuto per penetrare gli ambienti d’oltretevere e lamentando il mancato riconoscimento finanziario per le operazioni svolte. Le sue parole descrivono dettagliatamente i passaggi di denaro che sarebbero serviti per accreditarsi nelle stanze del potere pontificio: «Quando tu con il Generale mi avete detto: “Vai avanti con il Vaticano”, io sono andato avanti. Il primo anno con 350 euro, poi ho dovuto dare un obolo a Papa Francesco e uno da 4mila con bonifico e uno 6mila euro in contanti… in contanti!». Secondo la ricostruzione degli investigatori, il presunto esborso legato a un sedicente obolo di San Pietro avrebbe dovuto aprire all’ex agente le porte della Segreteria di Stato, consentendogli inoltre di gestire delicate attività informative durante la crisi pandemica attraverso un contatto identificato al momento solo come Gabriele.
Oltre alle vicende vaticane, le conversazioni intercettate svelano retroscena legati all’interesse di altre potenze straniere per la salute del Pontefice. Piras racconta infatti al suo collega il progetto di aprire una società di consulenza aziendale che avrebbe dovuto mascherare una vera e propria attività di intelligence privata, citando un precedente che coinvolgerebbe ex esponenti del Sisde. In base a questo racconto, i servizi segreti cinesi avrebbero pagato una cifra considerevole, circa 250mila euro oltre a un soggiorno interamente spesato a Dubai, per mettere le mani sulla cartella clinica del Papa in occasione del suo primo ricovero ospedaliero, utilizzando un intermediario ecclesiastico.
I magistrati contestano a Piras i reati di spionaggio, rivelazione di segreto di Stato e corruzione del cittadino da parte dello straniero per compiere atti contrari agli interessi nazionali. L’ex esponente dei servizi di sicurezza italiani era in contatto costante con Mikhail Astakhov, addetto militare dell’Ambasciata di Mosca a Roma, successivamente espulso dal territorio italiano. I due si incontravano periodicamente per lo scambio di informazioni in cambio di denaro, nonostante Piras paventasse il rischio di un arresto simile a quello che aveva colpito l’ex ufficiale della Marina Walter Biot.
L’inchiesta non si limita alle mura vaticane ma tocca da vicino la difesa nazionale. Di Pasquale e altri cinque militari sono indagati per aver fornito notizie coperte da segreto. Tra queste spiccano le informazioni riservate fornite da Davide Piantanida, ufficiale superiore dell’Esercito, riguardanti la pianificazione di una missione militare in Bulgaria da parte delle forze armate italiane e dell’Aise. I dettagli su questa operazione, comprensivi del numero di soldati impiegati, dei mezzi utilizzati e delle linee di penetrazione strategica, sono stati inseriti in un file che Piras ha consegnato ad Astakhov, ribadendo in un successivo incontro la sua totale vicinanza alla causa russa e definendo le posizioni occidentali come cause ormai perse di fronte alla potenza di Mosca.