Dall’UE apertura alla flessibilità per fronteggiare il caro-energia

02/06/2026

L’Unione europea si mostra aperta a introdurre una maggiore flessibilità all’interno del Patto di stabilità per quanto riguarda il settore dell’energia, limitando però questa concessione esclusivamente agli investimenti e non al finanziamento di sussidi statali. Con questo orientamento la Commissione europea sembra accogliere, seppur parzialmente, le pressanti richieste avanzate dal governo italiano, impegnato nella complessa ricerca di risorse economiche per contrastare i pesanti rincari energetici scaturiti dalle recenti tensioni geopolitiche internazionali. Le indiscrezioni provenienti da Bruxelles indicano che un segnale in tal senso potrebbe giungere già nelle prossime ore, contestualmente alla presentazione del pacchetto di primavera del semestre europeo, offrendo una prima risposta strutturale alle sollecitazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La premier italiana aveva precedentemente esortato i propri ministri a esplorare ogni via utile per recuperare i fondi necessari a proteggere il tessuto economico nazionale. Lo scenario globale è d’altronde precipitato a causa della crisi geopolitica innescata dall’attacco condotto dagli Stati Uniti e da Israele ai danni dell’Iran, un evento che ha provocato come diretta e drammatica conseguenza la chiusura dello stretto di Hormuz, punto di transito nevralgico attraverso cui viaggia circa un quinto del petrolio trasportato via mare su scala globale. Di fronte a una simile emergenza, il capo del governo italiano aveva rivolto un chiaro appello alle istituzioni comunitarie: «non possiamo pensare che i singoli governi siano in grado di rispondere con gli strumenti ordinari».

L’ipotesi tecnica attualmente al vaglio delle autorità di Bruxelles prevede l’estensione della flessibilità per la spesa energetica sfruttando la medesima clausola di salvaguardia già concepita per derogare alle regole del Patto in favore degli investimenti nel comparto della difesa. Sul fronte diplomatico italiano si registra un cauto ottimismo, confermato dalle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Al contempo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha posto l’accento sulla gravità della situazione internazionale, evidenziando che «le conseguenze del blocco di Hormuz le stiamo vedendo e rischiano di peggiorare giorno dopo giorno», aggiungendo poi che il suo dicastero sta operando in stretta sinergia con il Tesoro nel tentativo di coniugare la necessità di potenziare gli apparati difensivi nazionali con l’urgenza di dare risposte concrete alla crisi energetica in atto.

Le diplomazie europee guardano con attenzione anche alla possibile attivazione di una linea di credito specifica per l’energia, una formula che si distinguerebbe dall’opzione, già ventilata dall’esecutivo dell’Unione, di reindirizzare verso le emergenze energetiche una parte dei fondi di Coesione. Restano tuttavia da sciogliere alcuni nodi sulla reale fattibilità di questo strumento finanziario. Di recente, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ricordato che all’interno dei vari programmi europei sono teoricamente disponibili ben 300 miliardi di euro per il comparto energetico, precisando che di questa imponente somma circa 95 miliardi non risultano ancora formalmente investiti. Nonostante la disponibilità di queste risorse, l’orientamento di Bruxelles rimane rigido nel privilegiare la spesa per infrastrutture e sviluppo rispetto ai contributi a fondo perduto o ai bonus.

L’esistenza di una preoccupante fiammata dei prezzi è stata riconosciuta apertamente anche dal vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, il quale ha mostrato un atteggiamento di ascolto verso le istanze italiane, pur ribadendo la necessità che i provvedimenti adottati contro il caro energia rimangano «temporanee e mirate». Nel frattempo, sul versante della finanza pubblica, per l’Italia si preannuncia la quasi certa conferma della procedura per deficit eccessivo, una decisione legata al rapporto tra disavanzo e prodotto interno lordo che nel corso del precedente anno si è attestato al 3,1%, rimandando alla prossima sessione autunnale l’esame di eventuali correzioni o miglioramenti dei dati macroeconomici.

Questo provvedimento si inserisce in un pacchetto europeo fortemente incentrato sulla competitività, sul rilancio del mercato unico e sull’accelerazione della transizione ecologica e digitale. In questo quadro l’Unione europea rinnoverà all’Italia l’invito a proseguire sulla strada del consolidamento dei conti pubblici, chiedendo il pieno rispetto del piano di rientro dal disavanzo che era stato concordato con il Consiglio nel gennaio dello scorso anno. Quel preciso programma pluriennale impone un tetto rigido all’espansione della spesa pubblica netta, che per l’anno passato era stato fissato all’1,3% e che per l’anno in corso sale all’1,6%, disegnando un percorso di rientro progressivo e via via meno stringente man mano che il deficit italiano tornerà a convergere sotto la soglia comunitaria del 3%.

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