
Giornata della Salute della Donna, screening gratuiti in 250 ospedali
Il 22 aprile non è una data scelta a caso per il calendario civile italiano. Coincidendo con l’anniversario della nascita del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, questa giornata è diventata dal 2015 il simbolo della Giornata Nazionale della Salute della Donna. Istituita su proposta di Carla Vittoria Maira, vice presidente della Fondazione Atena, in collaborazione con il Ministero della Salute, l’iniziativa mira a stimolare una riflessione profonda e costante sul benessere femminile. Non si tratta solo di una ricorrenza simbolica, ma di un impegno concreto che si traduce in una settimana di porte aperte in oltre 250 ospedali su tutto il territorio nazionale, dove vengono offerti esami e visite gratuite. A completare il quadro intervengono centinaia di associazioni con eventi di screening e la partecipazione alla tradizionale regata nazionale denominata Fiume in rosa, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso lo sport e la condivisione.
La necessità di istituire un momento dedicato nasce da una lacuna storica difficile da ignorare: per troppo tempo la ricerca scientifica ha considerato l’uomo come il modello universale di riferimento. I protocolli di cura, le sperimentazioni cliniche e la produzione dei farmaci sono stati orientati quasi esclusivamente sulla fisiologia maschile, trascurando le peculiarità biologiche delle donne. Questo squilibrio ha radici profonde ed è stato messo in discussione solo all’inizio degli anni novanta negli Stati Uniti, quando il National Institute of Health si rese conto che la ricerca veniva condotta prioritariamente su maschi, sia umani che animali. Celebre rimase l’editoriale sul New England Journal of Medicine in cui Bernardine Patricia Healy si domandava provocatoriamente «se le donne dovessero vestirsi da uomo per essere curate».
Un momento di svolta fondamentale fu rappresentato dalla conferenza di Vienna del 1994, intitolata significativamente «La salute delle donne conta», che diede il via all’iniziativa denominata «Investire sulla salute delle donne». Da allora, la medicina di genere si è imposta come una disciplina necessaria per correggere l’errore di considerare i sessi come sovrapponibili dal punto di vista medico. Per decenni, le donne erano state escluse dagli studi clinici per timori legati alla fertilità o per la convinzione che la variabilità ormonale rendesse i dati poco attendibili. Oggi la scienza conferma che uomo e donna differiscono non solo nell’anatomia, ma anche nel funzionamento degli organi e nella risposta immunitaria. Ogni patologia, dall’infarto all’Alzheimer, si manifesta ed evolve in modo differente, richiedendo percorsi diagnostici e dosaggi farmacologici personalizzati che tengano conto di fattori di rischio diversificati.
Questa maggiore vulnerabilità emerge con forza soprattutto durante la senescenza, fase in cui le donne sono più esposte a demenze, artrosi e malattie cardiovascolari. Inoltre, fasi della vita come la gravidanza o l’allattamento modificano drasticamente i parametri farmacocinetici, così come l’assunzione di contraccettivi ormonali può influenzare il metabolismo in modi inaspettati. Ignorare questa prospettiva non è solo una forma di disuguaglianza sanitaria, ma comporta costi sociali ed economici enormi. Secondo il World Economic Forum, le donne trascorrono il 25% in più della loro vita in cattiva salute rispetto agli uomini. Colmare questo divario non solo regalerebbe anni di vita sana alle cittadine, ma genererebbe un incremento del prodotto interno lordo mondiale stimato in un trilione di dollari.
In questo solco di rinnovata consapevolezza si inserisce un importante accordo firmato nel novembre del 2025 tra la ASL Roma 1 e la Fondazione Atena. Il protocollo prevede il rilancio del Centro Sant’Anna nel cuore di Roma, una struttura che si propone come realtà unica in Italia interamente dedicata alla visione femminile della medicina. In questo centro, ogni patologia verrà affrontata attraverso protocolli diagnostici e terapeutici studiati specificamente per il genere femminile, integrando anche attività di formazione per il personale sanitario. L’obiettivo finale è la creazione di una nuova cultura medica che riconosca le differenze come punto di partenza per una cura più efficace, equa e basata su evidenze scientifiche rigorose.