
Il piano di Trump per Gaza: nasce il Board of Peace con l’Italia osservatrice
Il nuovo corso della diplomazia statunitense per il Medio Oriente si è aperto a Washington con un’atmosfera che mescola la solennità istituzionale a un’estetica decisamente non convenzionale. La seduta inaugurale del Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump per ridisegnare il futuro della Striscia di Gaza, è iniziata sulle note pop di Gloria, nella versione di Laura Branigan, per poi concludersi con il ritmo di YMCA, un classico che inaugura i convegni MAGA con Donald Trump che segna un distacco netto dai protocolli tradizionali. Questo nuovo organismo, di cui Trump sarà presidente a vita, conta già 26 Paesi aderenti e ha stabilito la propria sede presso lo United States Institute of Peace, prontamente ribattezzato in onore del presidente americano. In questo contesto di grande fermento internazionale, l’Italia ha partecipato in veste di osservatore con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha voluto sottolineare: «il nostro Paese è protagonista per la costruzione della pace», ribadendo la centralità di Roma nei processi di stabilizzazione regionale nonostante i vincoli che ne limitano una partecipazione più profonda.
All’interno della compagine europea, solo Ungheria e Bulgaria hanno scelto di aderire come membri effettivi, mentre la presenza della commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, ha sollevato non poche polemiche a Parigi, costringendo il suo portavoce a precisare che l’attenzione della delegata croata è rivolta esclusivamente agli aspetti umanitari e alla ricostruzione di Gaza. Donald Trump, affiancato dalle figure chiave della sua amministrazione come il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio, ha presentato il Board of Peace come l’istituzione più prestigiosa di sempre, dotata di un potere tale da poter agire come supervisore delle stesse Nazioni Unite. Il piano finanziario illustrato è imponente e prevede una mobilitazione di capitali senza precedenti. Secondo quanto dichiarato dal presidente, «Gli Stati Uniti contribuiranno con 10 miliardi di dollari. E Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait hanno contribuito con oltre 7 miliardi di dollari», cifre che dovrebbero alimentare un fondo complessivo stimato in circa 70 miliardi di dollari.
La sicurezza nella Striscia, dove la violenza dei combattimenti sembra essere in una fase di attenuazione, sarà affidata a una forza di stabilizzazione internazionale denominata Isf, al comando del generale Jasper Jeffers. Questa forza sarà composta da 20mila soldati e 12mila poliziotti provenienti da nazioni come Indonesia, Marocco e Albania, con l’Indonesia che ricoprirà il ruolo di vicecomandante. Durante i lavori è stato mostrato un video elaborato dall’intelligenza artificiale che proietta una visione futuristica di Gaza, trasformata in una metropoli di grattacieli e palazzi moderni affacciati sul mare, attribuendo la responsabilità delle attuali macerie esclusivamente ad Hamas. Trump ha usato toni perentori verso la comunità internazionale: «Credo non ci sia mai stato niente di più potente e prestigioso. Quasi tutti i Paesi hanno accettato l’invito, e quelli che non l’hanno fatto, lo faranno. Alcuni stanno un po’ facendo i furbi ma non funziona, non potete fare i furbi con me. Abbiamo un ottimo rapporto con l’Europa e con la Nato. Penso che Hamas consegnerà le armi. Se non lo farà, riceverà una punizione durissima».
Sul fronte operativo, figure come l’ex-primo ministro britannico Tony Blair e il Ceo di Apollo Global Management, Marc Rowan, hanno descritto il progetto come l’unica via d’uscita concreta per la regione, puntando sul potenziale costiero e demografico di Gaza. La prima fase operativa prevede la costruzione di centomila abitazioni destinate a ospitare mezzo milione di residenti, seguite da altre 400omila in una fase successiva, includendo anche la creazione di una vasta base militare. Tuttavia, il nodo politico resta la soluzione dei due Stati, caldeggiata dai partner arabi presenti ma fermamente osteggiata da Israele. Da Tel Aviv, il primo ministro Netanyahu ha inviato un messaggio chiaro: « Abbiamo concordato con il nostro alleato, gli Usa, che non ci sarà alcuna ricostruzione di Gaza prima della smilitarizzazione», ponendo una condizione ferrea a qualunque intervento strutturale.
A margine dell’evento, Antonio Tajani ha cercato di bilanciare l’entusiasmo per la proposta americana con il rispetto per il diritto internazionale e i limiti normativi italiani: «Noi crediamo nel ruolo dell’Onu, ma il Board of Peace è una proposta interessante. Essere qui non è un capriccio italiano. C’è anche l’Unione europea. Ma non potremo essere membri effettivi perché la Costituzione non lo consente», chiarendo che la presenza dell’Italia è finalizzata a monitorare e influenzare positivamente un processo che, pur partendo da presupposti radicalmente nuovi, mira alla pacificazione di un’area vitale per gli interessi nazionali e mediterranei.