Omicidio Diabolik, il pm chiede in appello l’ergastolo per il killer

17/02/2026

Il processo d’appello per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, l’ex leader degli Irriducibili della Lazio conosciuto come Diabolik, è giunto a uno snodo fondamentale con le richieste della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Il sostituto procuratore Francesco Cascini ha sollecitato la conferma della massima pena per Raul Esteban Calderon, l’uomo accusato di aver premuto il grilletto quel tardo pomeriggio del 7 agosto 2019 al parco degli Acquedotti. Oltre all’ergastolo, la pubblica accusa preme per il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, un elemento che era stato escluso nella sentenza di primo grado ma che, secondo la ricostruzione del pm, risulta essenziale per inquadrare correttamente la natura del delitto.

Durante la sua requisitoria, Cascini ha delineato un quadro complesso di equilibri criminali romani, evidenziando come l’eliminazione di Piscitelli non sia stata un evento isolato ma una decisione maturata all’interno di un sistema gerarchico ben definito. Un punto cardine della richiesta riguarda la riapertura dell’istruttoria per acquisire i tabulati del criptofonino di Leandro Bennato, che secondo l’accusa potrebbero fornire la prova definitiva della sua presenza nei pressi del luogo del delitto nel momento dell’esecuzione. L’omicidio di Piscitelli, immortalato parzialmente dalle telecamere di un palazzo che ripresero il killer vestito da runner, sarebbe stato ordinato, secondo la tesi della Dda, da Bennato e Giuseppe Molisso, con il benestare di figure di spicco della criminalità capitolina.

L’analisi del pm si è soffermata lungamente sulla figura della vittima e sulla sua evoluzione all’interno del narcotraffico romano. Cascini ha spiegato che Piscitelli era cresciuto all’ombra della famiglia Senese, mantenendo in particolare legami stretti con Michele Senese, ma che tali rapporti erano entrati in una crisi irreversibile. Secondo l’accusa, Piscitelli non mostrava più la necessaria riconoscenza economica verso il boss, trattenendo per sé quote sproporzionate dei proventi dello spaccio. Il magistrato ha chiarito in aula che un’azione di tale portata non sarebbe mai potuta avvenire in quel territorio senza un suo esplicito consenso.

Oltre al mancato versamento delle quote, il movente dell’omicidio si intreccerebbe con un debito di droga di circa 300mila euro contratto da Alessandro Capriotti nei confronti di Diabolik. La tensione sarebbe salita alle stelle quando Piscitelli rifiutò un orologio offerto come acconto, pretendendo l’intera somma in contanti. Nella ricostruzione della Corte d’assise, citata dal pm, emerge che «Capriotti manifesta in modo aperto all’intermediario sia il rifiuto di pagare e cedere al ricatto sia l’intenzione di ammazzare Diabolik». A questa vicenda personale si sarebbe aggiunto il disegno strategico di Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, intenzionati a unificare le piazze di spaccio romane. I due avevano «bisogno di spazio per fare evolvere l’organizzazione e Piscitelli quello spazio se lo stava prendendo, in accordo con i Casamonica stava organizzando l’arrivo di tonnellate di cocaina dal Sud America».

Infine, la richiesta di riconoscere la matrice mafiosa si fonda sulla portata simbolica dell’esecuzione. Per la Dda, il delitto è servito a dimostrare la supremazia di un gruppo sugli altri, alimentando quel clima di assoggettamento tipico delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Il processo proseguirà ora con gli interventi delle parti civili e delle difese, chiamate a rispondere a una ricostruzione che vede nell’omicidio del Parco degli Acquedotti il punto di non ritorno per gli assetti della malavita romana.

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