Giorgia Meloni: “Un motore Italia-Germania per rilanciare l’UE”

13/02/2026

Immerso tra le nebbie fitte delle Fiandre, il castello seicentesco di Alden Biesen è diventato lo scenario di un delicato e urgente risveglio per l’Unione Europea. Nel cuore del Belgio profondo, i ventisette leader si sono riuniti per affrontare i nodi cruciali di una competitività messa a dura prova da costi energetici insostenibili, da una burocrazia definita mostruosa e dai complessi processi decisionali che frenano la crescita rispetto ai giganti mondiali. In un clima reso teso dal mutato scenario internazionale e dal ritorno dell’ombra di Donald Trump, l’Europa cerca una via per non soccombere nella corsa agli investimenti guidata dalla Silicon Valley o nel confronto con il mercato cinese. La necessità di un cambiamento di rotta è stata sottolineata con forza durante i lavori, con il richiamo alla necessità di un’azione decisa per frenare una burocrazia che in Europa sta superando ampiamente quello che è il proprio ruolo.

In questo contesto, la presenza della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni è stata caratterizzata da un’intesa evidente con il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz. Sfidando il vento gelido del Limburgo, Meloni ha commentato scherzosamente la temperatura rigida con un semplice «Sto congelando», prima di addentrarsi nel cuore delle trattative politiche. Il Consiglio europeo informale sulla competitività ha visto proprio la firma dell’Italia e della Germania sulla riunione preparatoria, un segnale di cooperazione che la premier ha voluto definire chiaramente: «Sì, in questa fase c’è un motore fra Italia e Germania». Meloni ha tuttavia precisato che tale asse non è rivolto a isolare altri partner o a creare fratture insanabili con la Francia, poiché «Non è qualcosa che si fa contro qualcun altro, escludendo altri». Il clima di apparente concordia è stato alimentato anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che si è presentato ai cronisti a braccetto con il Cancelliere tedesco Merz rispondendo con un convinto «Se siamo amici? Certo!» a chi interrogava sulla tenuta dell’asse franco-tedesco. Eppure, le alleanze variabili tipiche della politica europea sono emerse con forza quando il dibattito si è spostato sul finanziamento della crescita. Macron ha riaperto con decisione il dossier degli eurobond, dichiarando con pragmatismo «Manteniamo la calma» e aggiungendo che «è chiaro che abbiamo bisogno di più innovazione e dobbiamo finanziarla anche con finanziamenti pubblici, gli eurobond non sono un tabù». Nonostante l’apertura di Meloni, che ha commentato «Personalmente sono favorevole», la posizione della Germania è rimasta ferma e insuperabile.

Merz ha gelato le speranze su un debito comune europeo: «Sulla questione dei finanziamenti ho chiarito che non posso accettare gli eurobond». Il cancelliere ha ricordato i rigidi vincoli giuridici interni: «Anche se volessi non potrei, perché la Corte Costituzionale tedesca ha fissato limiti precisi». Questa chiusura ha trovato sponda nella posizione del premier olandese Dick Schoof, il quale ha definito il debito comune come «Un fardello per le prossime generazioni». Tali divergenze hanno spostato il baricentro della discussione verso la definizione di una roadmap comune, sebbene non siano mancate tensioni diplomatiche sollevate da paesi come la Spagna, che ha lamentato l’esclusione dal pre-vertice a guida italo-tedesca.

Durante il summit, i leader hanno ascoltato le analisi di Mario Draghi sulla necessità di investimenti di scala e le riflessioni di Enrico Letta sul rilancio del mercato unico. Per l’Italia, la partita resta aperta soprattutto sul fronte energetico, con la premier Meloni che punta a riforme profonde del sistema Ets per calmierare i prezzi e combattere la speculazione finanziaria. Il tempo delle discussioni sembra però destinato a finire presto: Macron è stato perentorio nell’indicare giugno come termine ultimo per ottenere progressi concreti, minacciando altrimenti di procedere con cooperazioni rafforzate tra i paesi volenterosi. Tra le nebbie di Alden Biesen, l’Unione Europea ha compreso che l’autonomia strategica non è più un’opzione, ma una necessità vitale da costruire superando veti e timori storici.

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