
Sicurezza e migranti: blocco navale in caso di rischio terrorismo
Domattina le porte di Palazzo Chigi si apriranno per un nuovo giro di vite sulla sicurezza, segnando l’inizio di quella che molti definiscono la fase due dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Il menù della riunione, salvo cambiamenti repentini, si presenta denso di provvedimenti mirati a contrastare l’immigrazione illegale, affrontando nodi che vanno dai rimpatri alla protezione per chi sbarca, fino a toccare il tema del blocco navale. Quest’ultimo, antica promessa elettorale del centrodestra, torna sotto i riflettori ma con una veste rinnovata e meno scenografica rispetto all’immagine delle navi militari schierate all’orizzonte.
Il fulcro del provvedimento è rappresentato da una nuova gestione dei limiti territoriali marittimi, definita nelle bozze circolanti come «un’interdizione temporanea del limite delle acque territoriali per minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale». Questa misura permetterebbe al Consiglio dei ministri di bloccare le imbarcazioni cariche di migranti prima ancora che varchino il confine delle acque italiane, limitatamente a casi eccezionali. Tra le fattispecie individuate per far scattare tale divieto compaiono il «rischio concreto di atti di terrorismo», l’eventuale «infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale», la «pressione migratoria eccezionale», le emergenze sanitarie internazionali e lo svolgimento di eventi istituzionali di alto livello. La durata di tale blocco è stata fissata inizialmente in 30 giorni, con la possibilità di una proroga per un ulteriore mese fino a un tetto massimo di 6 mesi. In questo contesto, si inserisce la possibilità di trasferire le persone fermate verso Paesi terzi con i quali l’Italia ha già stretto accordi, come nel caso dell’Albania.
Nel testo del disegno di legge confluiranno anche le direttive del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, portando a una ridefinizione complessiva del sistema di accoglienza. Si prevede infatti una riduzione o la revoca dei benefici legati alla libertà di circolazione sul territorio per chi non rispetta le regole, accompagnata da una stretta sulla protezione internazionale. Un capitolo particolarmente significativo riguarda le espulsioni rapide per i soggetti ritenuti pericolosi. Chi partecipa a rivolte all’interno dei Centri per il rimpatrio o si rende colpevole di minacce verso pubblici ufficiali e corpi politici verrebbe infatti inserito in una corsia preferenziale per l’allontanamento dal Paese. Su forte pressione della Lega, il decreto dovrebbe ospitare anche nuove regole sui ricongiungimenti familiari, che diventerebbero possibili solo in presenza di situazioni di estrema gravità sanitaria documentata, rendendo molto più complesso l’iter per chi non può sostenere i propri congiunti nel Paese d’origine.
Resta invece più incerta la sorte della cosiddetta norma Almasri, un articolo che prevede la possibilità di consegnare allo Stato di appartenenza individui la cui presenza in Italia possa compromettere la sicurezza nazionale o le relazioni diplomatiche. Su questo punto specifico il Quirinale ha espresso dubbi profondi, suggerendo una maggiore cautela. Giorgia Meloni ha comunque ribadito pubblicamente che sulla lotta all’illegalità il governo intende fare sul serio, preparandosi a uno scontro politico frontale con le opposizioni che sono già pronte a salire sulle barricate. La scommessa della maggioranza è quella di garantire stabilità e sicurezza senza però incrinare il dialogo con la Presidenza della Repubblica, che osserva con estrema attenzione ogni minima variazione dei testi legislativi per assicurarsi che restino nel perimetro costituzionale.