
Roma, il giallo dell’angelo a San Lorenzo in Lucina: indagine del Ministero
Una domenica in chiesa può trasformarsi in un evento mediatico, attirando anche chi solitamente non frequenta le funzioni religiose. Nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, situata nel cuore pulsante di Roma, è proseguito per tutto il giorno un incessante via vai di cittadini e turisti, tutti mossi dalla medesima curiosità e dal desiderio di risolvere un enigma che da oltre una settimana interroga l’opinione pubblica nazionale. La domanda che rimbalza tra le navate è sempre la stessa: «È lei o non è lei?». Approfittando del clima mite e della giornata festiva, centinaia di persone si sono riversate nel centro storico per osservare da vicino un angelo dipinto su una parete della Cappella del Crocifisso. L’opera, in seguito a un recente intervento di restauro, sembra infatti aver assunto in modo sorprendente le sembianze della premier Giorgia Meloni.
Le telecamere degli smartphone sono rimaste costantemente puntate sulla figura celeste, che nell’affresco impugna una cartina geografica sulla quale è chiaramente rappresentata l’Italia. Catturare i dettagli del volto non è però un’operazione immediata per i visitatori, data la collocazione del dipinto all’interno della cappella. Tuttavia, la luminosità della giornata e l’uso intensivo degli zoom digitali hanno permesso a moltissimi curiosi di immortalare l’immagine. Pochi istanti dopo lo scatto, le fotografie hanno invaso i principali social network, alimentando un dibattito che ormai ha travalicato i confini della semplice curiosità popolare per approdare nelle stanze delle istituzioni culturali.
Se per il popolo del web e per il Vicariato non sembrano esserci dubbi sul fatto che l’angelo ritragga la leader di Fratelli d’Italia, il Ministero della Cultura ha assunto una posizione molto più cauta e formale. La questione, secondo gli uffici di via del Collegio Romano, necessita di un chiarimento definitivo. Proprio per questa ragione, la Soprintendenza Speciale di Roma farà partire oggi un’indagine interna approfondita. Il primo e fondamentale passo di questa procedura consisterà nella ricerca minuziosa, all’interno degli archivi storici, del disegno originale dell’opera. Questo documento tecnico sarà l’unico strumento in grado di confermare o smentire la tesi sostenuta dal restauratore Bruno Valentinetti. Quest’ultimo, difendendo il proprio operato, ha dichiarato che è stato solo «restaurato il dipinto che c’era prima, è un angelo, ognuno ci vede quello che vuole».
Il caso mediatico ha dunque innescato una serie di verifiche tecniche che mirano a spegnere, o paradossalmente alimentare, le polemiche che circondano il restauro. I tecnici della Soprintendenza avranno il compito di comparare l’immagine attualmente visibile sopra il busto di Umberto II con la versione originale del disegno risalente al 2000. Sebbene l’opera non sia considerata un bene antico, essendo di fattura contemporanea, le norme vigenti non lasciano spazio a interpretazioni arbitrarie. Il nuovo codice dei beni culturali stabilisce infatti che modificare le fattezze originali di un affresco durante una fase di ripristino è un atto vietato, a meno che non si sia in possesso di una specifica autorizzazione. Tale permesso, qualora la modifica venisse accertata, non risulterebbe essere mai stato richiesto né concesso.
Il Ministero della Cultura, attualmente guidato da Alessandro Giuli, ha richiesto formalmente chiarimenti alla Soprintendenza, organo che detiene il potere di autorizzare e controllare ogni tipo di intervento sul patrimonio artistico. Le analisi d’archivio che iniziano oggi hanno l’obiettivo di rintracciare non solo disegni, ma anche documentazione fotografica che possa attestare lo stato dell’opera prima dell’intervento del 2023. Non si esclude, peraltro, la possibilità di aprire un tavolo tecnico di confronto per valutare le azioni da intraprendere. L’intervento di restauro, o più propriamente di ripristino, si era reso necessario a causa di alcune infiltrazioni d’acqua. Tuttavia, nella comunicazione ufficiale inoltrata all’epoca al Ministero, al Vicariato e al Fondo Edificio di Culto, si parlava esclusivamente di un ritorno alle forme originarie del dipinto, senza alcun riferimento a possibili variazioni stilistiche o ispirazioni legate all’attualità politica.