Prime condanne per la “gang delle torture” che operava nell’Appio

21/05/2025

Sono arrivate le prime sentenze nel processo che vede imputata la cosiddetta “gang delle torture” dell’Appio, un’organizzazione criminale romana specializzata nel narcotraffico e tristemente nota per i suoi metodi di inaudita violenza. Al vertice di questa spietata associazione agivano capi giovanissimi, ritenuti responsabili di sequestri di persona, brutali gambizzazioni, efferate torture e persino omicidio. La macabra scoperta di un dito mozzato, conservato in una busta come un macabro avvertimento per chiunque osasse disobbedire e rinvenuto in uno dei covi della banda, testimonia la ferocia del gruppo.

Ieri si è tenuta la pronuncia delle prime condanne per gli imputati che hanno optato per il rito abbreviato. Giacomo Daranghi, un 29enne originario di Alatri, considerato dagli inquirenti della DDA di Roma uno dei principali capi dell’organizzazione, ha ricevuto una condanna a 20 anni di reclusione. Per l’associazione è stata riconosciuta anche l’aggravante mafiosa. Pene comprese tra i due e i cinque anni sono state inflitte agli altri tre sodali: Simone Di Salvio, classe 2002, Fabrizio Finizio, di età inferiore ai vent’anni, e Ilia Codrin Fratita, 21 anni. Gli ultimi due erano accusati unicamente di spaccio di sostanze stupefacenti.

Le accuse nei confronti di Daranghi sono pesanti. Il GUP di Roma ha accolto la richiesta di condanna avanzata dai sostituti procuratori antimafia, ritenendolo il mandante della gambizzazione di Alex Corelli e di suo fratello Simone Daranghi, un atto violento scaturito da dissidi legati alla gestione del traffico di droga. Ma non solo. Daranghi è anche accusato di aver «incaricato gli esecutori materiali dell’omicidio del carrozziere Andrea Fiore […] di effettuare appostamenti sotto casa sua e andare armati con il compito di estorcergli ogni informazione utile sull’omicidio di Luigi Finizio, quindi sequestrarlo e torturarlo finché non avesse parlato, accettando il rischio che le gravi lesioni programmate potessero sfociare in omicidio», come si legge nel capo d’imputazione. Questi crimini si sarebbero consumati all’inizio del 2023 tra le zone di Morena e del Quadraro.

Sempre secondo l’accusa, sarebbe stato Daranghi a ordinare a Di Salvio e a un altro membro del gruppo di sequestrare e torturare Samiro Jebari, con l’obiettivo di ottenere informazioni su una terza persona nei confronti della quale «l’organizzazione vantava un credito di 80 mila euro». Il giovane fu prelevato con la forza dalla sua abitazione e condotto in una zona di campagna. Daranghi diede «l’ordine di tagliargli un dito, ma il ragazzo pianse dicendo che preferiva gli sparassero invece che mutilarlo». Jebari non si recò nemmeno in ospedale, venendo curato da un altro membro della banda che gli forniva i medicinali. A riprova dell’azione compiuta, ai capi fu inviato un video che mostrava la vittima con l’arto inferiore ancora sanguinante. Daniele Viti, arrestato come esecutore materiale dell’omicidio Fiore, aveva descritto così i metodi della gang: «Il metodo dello zio era: prendere un soggetto, sequestrarlo e torturarlo senza farsi scrupoli».

Oltre alle brutali violenze, l’organizzazione gestiva un fiorente traffico di droga, in particolare hashish, attivo tra il Tuscolano e Primavalle. La banda si avvaleva di diversi “drivers” per le consegne e di corrieri per l’importazione di stupefacenti. Uno di questi era Luigi Finizio, cognato di Angelo Senese e amico di Fiore, ucciso il 13 marzo 2023. Il giorno precedente alla sua morte, Finizio aveva compiuto un viaggio a Trento per conto dell’organizzazione. Nella sua abitazione, il cui indirizzo era stato fornito agli inquirenti proprio da Fiore, fu rinvenuto oltre un chilo di hashish. Fabrizio Finizio, figlio di Luigi, fu fermato pochi giorni dopo insieme a Daranghi. Lo stesso Fabrizio era stato precedentemente filmato dalla polizia mentre spingeva un carrello della spesa contenente sacchi pieni di droga.

In un bed and breakfast utilizzato come covo e deposito per armi e droga dalla rete di pusher legati alla “gang delle torture”, gli agenti trovarono una mannaia sporca di sangue e una bustina di cellophane contenente una porzione di dito ancora ben conservato in un liquido, un macabro monito per chi osava sfidare il potere della banda. In un palazzo popolare del quartiere Pietralata, invece, fu scoperto l’arsenale dell’associazione, comprendente armi comuni e da guerra, sorvegliato da una donna, già condannata in primo grado, che inizialmente aveva manifestato l’intenzione di collaborare con la giustizia per poi ritirarsi. «Quelli sparano e lo hanno fatto per davvero», aveva rivelato agli inquirenti. Tra le armi sequestrate figuravano un fucile “Whinchester” calibro 12 con canna mozza (mai censito), una Beretta calibro 6.35 rubata e denunciata a Roma nel 2014, una pistola “Arminius HW38” rubata ad Avezzano, e diverse altre armi sottratte nella capitale, tra cui una “Mauser” calibro 6.35 denunciata nel 2022 e una “Browning” calibro 6.35.

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