10/10/2023

Mourinho a Federico Buffa Talks: “Rimanere qui anche il prossimo anno? Non lo so”

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José Mourinho, tecnico della Roma, è stato protagonista di un’intervista con Federico Buffa e Federico Ferri su Sky Sport nel programma speciale Federico Buffa Talks. Ecco un’anticipazione delle dichiarazioni dell’allenatore nella seconda parte dell’incontro che andrà in onda martedì 10 ottobre:

Di te si parla molto di come motivi i giocatori e meno delle tue intuizioni tattiche
«Questa è una narrativa a cui la gente crede, come quando si dice che sono un bravo comunicatore. Non si vincono tutti quei titoli solo essendo un bravo comunicatore».

Cosa avevi visto nel caso di Eto’o?
«Stiamo vincendo 3-1, mancano 60 minuti per andare in finale di Champions. Gioco contro la squadra più forte del mondo, sto con un uomo di meno. Vogliamo fare i fenomeni o lottiamo fino alla fine e andiamo in finale? Cosa facciamo? Facciamo storia o filosofia? Facciamo la storia, abbiamo fatto la storia».

Diego Milito?
«Bravo ragazzo con l’egoismo sano del numero 9 e l’altruismo delle grandi persone. Ci sono attaccanti i quali, anche se la squadra vince, non sono felici se non segnano loro. Lui non era così. Tatticamente, poi, il nostro modo di giocare era perfetto per lui. Eto’o e Pandev pure hanno lavorato. Con Snjder, Eto’o, Pandev e Milito in campo, devono tutti difendere sennò tu non vinci una partita e loro lo facevano. Era una squadra di altissimo livello. Questi ragazzi erano straordinari, un gruppo di altissimo livello. Ovviamente, quando vinci un triplete è una cosa storica, fantastica, possibile solo grazie a questo senso di gruppo. Io dico sempre che non ho mai visto una panchina così dal punto di vista umano. Un gigante, gigante nel senso della sua carriera, come Toldo, stava in panchina. Ivan Cordoba stava in panchina, il campione del mondo Materazzi stava in panchina. Dejan Stankovic tante volte stava in panchina. Questa gente, bisogna essere veramente gente di squadra per avere questa empatia collettiva». 

Come erano gli allenamenti?
«Erano partite. Tutti erano importanti in quella rosa e lo sapevano. Ricordo la gara contro il Barcellona, la gente era ai limiti della sofferenza e ricordo gente come Cordoba urlare che quella era l’ultima opportunità della loro carriera e tifavano chi stava in campo per incitarli a portarli in finale. Queste sono le vere medaglie per me».

L’addio all’Inter e il passaggio al Real Madrid?
«Sono sempre molto onesto con gli altri e con me stesso. Potevo andare al Real Madrid dopo la prima stagione all’Inter, però avevo firmato per restare più di un anno. Avevo un rapporto incredibile non solo con il Presidente ma anche con la moglie e i suoi figli. Sono andato a casa di Moratti al termine della prima stagione e siamo arrivati alla conclusione che sarei rimasto un anno in più. Non era la vittoria o la sconfitta nella finale di Champions League che avrebbe deciso la mia vita, già lo sapevo cosa avrei fatto e volevo andare al Real Madrid. L’opportunità è arrivata per la seconda volta e ho voluto andare via, era un momento della mia carriera dove mi sono detto che avrei dovuto farlo per forza. È il club più grande al mondo, non c’è storia ma avevo quella cosa di prendermi lo scudetto della Serie A. Al di là di vincere o non vincere la Champions League, c’era un lavoro di base che sarebbe andato a un altro allenatore, tutto era perfetto. Sarebbe stato più comodo per me restare all’Inter anziché andare in competizione con il Barcellona, avrei vinto un altro scudetto facile, saremmo andati a prendere la medaglia di campioni del Mondo per club ma per me non avrebbe avuto significato. I giocatori intelligentissimi sapevano già cosa avrei deciso, dopo la finale di Champions League non sono tornato a Milano perché avevo paura che le emozioni avrebbero potuto cambiare e non sarei più andato al Real Madrid. Ho rifiutato di firmare il contratto con il Real Madrid prima della finale contro il Bayern Monaco, però ho avuto paura di tornare a Milano per le emozioni».

Tutti ti abbiamo visto piangere con Materazzi ma penso ce ne sia stata una simile con il Presidente
«Il suo sogno era casa sua, la coppa è stata a casa sua per qualche giorno. Io ho avuto una gioia personale tremenda di vincere un’altra Champions ma sapere che, per lui, quello era il suo sogno, il suo investimento, sia economico, sia emotivo, è stato incredibile. Non dimenticherò mai gli occhi suoi dopo la finale».

Imprevedibilità nel calcio?
«C’è sempre una grande parte di imprevedibilità nel calcio ed è anche il bello del calcio. I giocatori, però, non devono solo giocare ma anche pensare. Noi impariamo anche dai calciatori ma un allenatore deve dare loro gli strumenti per capire il gioco. A Madrid abbiamo deciso di avere monitor ovunque, sia che tu prenda un caffè, che tu stia mangiando, in palestra, ovunque. Monitor con l’analisi dell’avversario. Ho pensato di fare così e vedere se loro avrebbero guardato il monitor e, in effetti, lo facevano, lo vedevo fin dagli allenamenti. Io credo molto nell’informazione selezionata perché la concentrazione è limitata ma sono anche un difensore dei giocatori. C’è tanta analisi in questo periodo ma si tratta sempre di un gioco dei giocatori».

Oggi questo ti può far passare per un vecchio allenatore?
«Esiste un vecchio che ha preso una squadra che non ha fatto niente nell’ultima generazione e ha ottenuto due finali europee ed esiste un giovano che ha vinto due partite. Non sono un grande esempio di umiltà perché questo sono io. Non è questione di essere umile, è come sono io, dire quello che penso ed è proibito nel caso dire certe cose. Il calcio è il gioco del popolo, libertà di espressione, di pensiero, ma il calcio a determinati livelli non è libertà. Nessuno, però, mi può criticare o fermare nel dire quello che penso su me stesso».

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